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Geopolitica dei muri nel mondo 30 anni dopo Berlino

Nel 1992 il politologo Francis Fukuyama nel suo libro “La fine della storia e l’ultimo uomo” elaborava la teoria storiografica dopo la caduta del muro di Berlino, di uno stato volto al liberalismo democratico, unico possibile per garantire prosperità e progresso. Crollato il paradigma di un mondo bipolare e con esso il socialismo dell’URSS, l’uomo si avvia verso un comune destino di evoluzione e di sviluppo tecnologico-industriale guidato dal capitalismo economico. Dunque per Fukuyama il culmine della storia risiede nella realizzazione perfetta di una società in cui il regime democratico

è garante di una partecipazione politica rappresentativa e di uguaglianza dei diritti. Proprio su questo assunto decenni prima nasceva un progetto di Europa ambizioso dopo l’esperienza tragica delle due guerre mondiali, in una terra di Nazioni e di popoli, “di società reali” secondo Rousseau, con religioni, costumi e leggi imprescindibili, unita però da un destino comune, da idee e progetti plurali. Oggi nel contesto globalizzato che Habermas definisce “postnazionale”, si percepisce con più preoccupazione la capacità dell’Europa di dare sicurezze ai suoi cittadini attraverso il completamento dell’iter di costruzione politica delle sue istituzioni e di legittimazione necessaria. 

Già dagli anni Novanta si è tentato di definire l’esistenza di un “popolo europeo” che deriva da una vera e propria unione politica e federale, in un mosaico di identità nazionali e di gruppi uniti da caratteri etnici, da tradizioni e lingua, e da una coesione che operi attraverso uno spazio pubblico europeo oltre che una cittadinanza europea di primo grado.  Eppure a più di 30 anni dalla caduta del muro, la storia non è finita,  l’ottimismo ha lasciato il passo a divisioni e forme identitarie assolutizzate, a distanze incolmabili tra popoli, evidenziando il fallimento ideologico dell’ esportazione di un modello occidentale e democratico pensato universalmente. Ci ritroviamo al tempo di internet, del libero mercato, degli accordi multilaterali e sovranazionali, in un mondo pieno di muri fisici e culturali, in cui aumenta la percezione dello straniero come invasione da frenare, come umanità in eccesso da respingere. 

Nel 1989 le barriere nel mondo erano quindici, poco più di una decina rispetto a quante ne esistevano alla fine della Seconda Guerra mondiale, mentre oggi se ne contano settanta e sette in via di completamento già finanziate. Ultimo quello della Polonia con la Bielorussia, deciso dal Parlamento di Varsavia lo scorso 29 ottobre, costerà 353 milioni di euro, sarà lungo oltre 100 chilometri e alto due metri e mezzo. Un muro simile a quello alzato dall’Ungheria al confine con la Serbia nel 2015, che servirà per respingere i migliaia di migranti in arrivo da Afghanistan, Siria e Iraq, che la Polonia ha chiesto a Bruxelles di finanziare, ricevendo una risposta di diniego dalla presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen. E mentre si parla di legittimazione della Polonia a restare all’interno dell’Unione, nei giorni scorsi il premier polacco nazionalista Mateusz Morawiecki, ha difeso la scelta protezionista come volontà di difendere la nazione “attaccata” dalla  Bielorussia, rea di favorire l’arrivo di migranti dall’Africa e dal Medio Oriente a Minsk, per poi spingerli verso le frontiere di Lituania, Lettonia, e Polonia. Una forma di ritorsione da parte del presidente bielorusso Alexandre Lukashenko in risposta alle sanzioni economiche che l’UE ha imposto al suo regime, a cui la Polonia ha reagito proclamando lo stato di emergenza nelle aree di confine, dispiegando centinaia di soldati e impedendo l’accesso a stampa e organizzazioni umanitarie. 

La mappa dei muri nel mondo è talmente etesa che secondo Elisabeth Vallet dell’Università di Momtreal, coprirebbe oltre 40 mila km lungo la circonferenza del globo terrestre, esterni agli Stati ma anche interni alle città per limitare l’accesso alle risorse. Nel continente africano Botswana e Zimbabwe sono separate dal 2003 da una rete metallica elettrificata di circa 500 chilometri, mentre una barriera di filo spinato con una carica elettrica di 3.500 volt, divide il Sudafrica dal Mozambico. E lo stesso vale per il Marocco e il Sahara Occidentale e per L’Egitto e la striscia di Gaza, dove corrono rispettivamente 2.700 e 10 chilometri di muro, mentre quello tra Kenya e Somalia è ancora in costruzione dal 2014.

Dall’Africa all’America, dove il muro più famoso è quello che separa il Messico dagli Stati Uniti,  dopo l’11 settembre la percezione di sicurezza ha vacillato a causa di un mondo iper connesso e interdipendente ma che torna a trincerarsi dietro sentimenti escludenti verso un “altro” visto come illegale, clandestino e di troppo, minaccia all’ordine naturale e quindi nazionale delle cose. 

Viene da chiedersi se anche nell’Europa di Schengen, quella della libera circolazione di persone, beni e capitali, dei Trattati fondati sui diritti umani, sulla centralità della persona, sui valori della solidarietà, dell’inclusione e dell’uguaglianza, abbia senso parlare di muri divisori. Ma anche in questo caso la lista è lunga, perché tra i 27 Stati membri dell’Unione, 10 hanno alzato barriere sul loro territorio, come quella tra Austria e Slovenia, tra Bulgaria e Turchia o quella che divide la parte greca di Cipro da quella turca, solo per citarne alcune. 

Anche se in età di capitalismo globalizzato lo spazio sociale non è più circoscrivibile a una dimensione locale e geograficamente limitata, e la mobilità diventa un fenomeno molto più ampio che implica aspettative, aspirazioni e ridefinizioni, i confini tuttavia continuano ad assottigliarsi per una fetta di popolazione del pianeta a cui è preclusa la possibilità di muoversi liberamente. Come se esistesse un confine simbolico tra Stati e società umane lungo cui si ergono forme di appartenenza ed esclusione costruite politicamente sull’accesso alle risorse e che legittimano il trattamento differenziato tra cittadini e stranieri. 

Marita Langella

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