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Una vita perduta

La storia della famiglia Cucchi è quella di una normale famiglia italiana. Giovanni, geometra, ha lavorato fino alla pensione. Rita, maestra, anche lei in pensione. Ilaria è amministratrice di condomini. Stefano, fratello più piccolo, pure lui geometra, è morto da dieci anni.
Una famiglia medio-borghese cattolica e di sani principi.
Stefano è intelligente, spesso brillante, sempre allegro e canzonatorio. Ma deve fare i conti con il suo aspetto di ragazzino piccolo di statura e minuto, tanto da farlo sembrare quasi un bambino. Non può accettare di essere visto così dal momento che lui, dentro, si sente un gigante.
La droga è stata presto la facile via di fuga da una quotidianità che mal tollera.
Mentre papà, mamma e la sorella Ilaria vivono una vita “perfettamente normale”, lui in quella vita proprio non riesce a riconoscercisi.
È stato così che la tranquillità di una normale famiglia italiana venne sconvolta dalla tossicodipendenza di Stefano. A momenti di serenità e tranquillità famigliare succedettero ciclicamente periodi difficili e bui dove la droga metteva di fronte a loro un altro Stefano che cadeva e, con il loro aiuto mai mancato, si rialzava per poi cadere di nuovo. Ma la famiglia Cucchi una certezza ce l’aveva e non l’avrebbe mai perduta: il rispetto per la legge e la fiducia nello Stato.
Nel caso Cucchi due sole sono le cose certe: i segni del pestaggio e la morte. Tutto il resto è stato avvelenato da bugie, depistaggi, verità di comodo. Tuttavia, c’era qualche indizio sulla genesi di quella violenza e in particolare sulla condotta dei carabinieri che hanno avuto in custodia Stefano la sera dell’arresto. La procura della Capitale ha raccolto testimonianze per delineare il contesto in cui è maturata la violenza. Il pestaggio più grave, infatti, andrebbe collocato subito dopo la perquisizione, nella notte tra il 15 e il 16 ottobre del 2009.
Successivamente Stefano Cucchi, durante la sua permanenza all’ospedale Sandro Pertini, avrebbe potuto salvarsi se fosse stato sottoposto a una alimentazione adeguata e a un costante monitoraggio cardiaco.
“In quel momento e nei giorni successivi non era prevedibile il pericolo cui sarebbe andato incontro. Però manifestava valori e dati che se letti e interpretati nel modo corretto avrebbero potuto scongiurare l’evento morte” -affermano i due periti d’ufficio.
Con questa lettera fatta recapitare nei giorni scorsi a Ilaria Cucchi, sorella di Stefano, il comandante dei carabinieri, il generale Giovanni Nistri, ha annunciato quella che appare come una vera e propria svolta nell’atteggiamento dell’Arma sul caso Cucchi e cioè la volontà di mettere da parte tutti i militari ritenuti coinvolti nella vicenda, compresi gli alti ufficiali  accusati di depistaggio e contro i quali si attende il rinvio a giudizio.
“Abbiamo la vostra stessa impazienza che su ogni aspetto della morte di Suo fratello si faccia piena luce e che ci siano infine le condizioni per adottare i conseguenti provvedimenti verso chi ha mancato ai propri doveri”.
Come rivela Repubblica, la famiglia Cucchi è stata informata della volontà della stessa Arma di costituirsi parte civile nel processo a carico dei  carabinieri coinvolti nel caso.
Vi è dunque una svolta nel caso Cucchi dopo oltre 10 anni di silenzi e verità nascoste.

Matteo Giacca

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