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Quando la scuola diviene un’azienda

“L'Italia è il paese dei diplomi, delle lauree, della cultura ridotta soltanto al procacciamento e alla spasmodica difesa dell'impiego.” così diceva Carlo Levi in Cristo si è fermato a Eboli.

Questa tremenda verità che si abbatte come una mannaia sulla Scuola Pubblica italiana, si fa ogni giorno più vera e concreta, minando alle basi l’intero sistema educativo italiano.

“L’Italia è il paese dei diplomi, delle lauree, della cultura ridotta soltanto al procacciamento e alla spasmodica difesa dell’impiego.” così diceva Carlo Levi in Cristo si è fermato a Eboli.

Questa tremenda verità che si abbatte come una mannaia sulla Scuola Pubblica italiana, si fa ogni giorno più vera e concreta, minando alle basi l’intero sistema educativo italiano.

La scuola viene messa da parte, e ciò che c’era di buono e di concreto viene dato in pasto a tagli economici e drastiche riforme. Sulla scuola non si investe più, a meno che questa non sia paritaria.

Mentre l’Esecutivo taglia 8 miliardi (e 134 mila posti in tre anni) alla scuola pubblica, il Parlamento impegna il governo perché nei prossimi mesi aumenti i finanziamenti alle scuole private. I soldi dello stato finiscono per finanziare Scuole-Aziende, mentre l’istruzione pubblica viene trattata come l’ultima ruota del carro. Ma qui non si parla di una semplice razionalizzazione delle spese, ma bensì di un attacco frontale volto ad indebolire e colpire l’Istruzione pubblica. L’educazione diviene quindi appannaggio di una stretta elite, mentre la gente comune si vede tolto uno dei diritti fondamentali, quello alla conoscenza. E tra le più colpite dai tagli c’è sicuramente la scuola primaria, l’unica che pareva funzionare per il passato, ma che viene drasticamente riportata agli standard di mediocrità comuni a tutte le altre forme di istruzione scolastica in Italia,  dai licei agli istituti tecnici. La scuola secondaria non è da meno, infatti con la reintroduzione del 5 in condotta, la cancellazione dei rappresentanti degli studenti e degli RSU dalle scuole, il ritorno al passato scandisce la fine di un’altra epoca per gli studenti. Con il DDL Aprea le scuole hanno il permesso di costituirsi in vere e proprie fondazioni, la figura del preside acquista ruoli specificamente manageriali, tra cui la facoltà di designare direttamente i docenti e incidere sulla loro carriera, trasforma il Consiglio di Istituto in CDA eliminando di fatto le rappresentanze di studenti e genitori.
In questo periodo di forte crisi economica e politica e di disagio sociale, il governo colpisce l’Istituzione più importante in assoluto, la scuola, che dovrà formare, educare e preparare la futura classe dirigente italiana. Gli studenti non posso pagare gli errori di una cattiva politica scolastica, e per quanto possibile hanno il diritto/dovere di far sentire la propria voce, la propria volontà di cambiamento e l’esigenza di una scuola migliore, più aperta, dinamica e realmente formativa.“In una classe, l’insegnante si aspetta di essere ascoltato. Lo studente pure.” diceva Ernest Abbé in Dell’educazione, del 1996. C’è bisogno di un più aperto dialogo tra la corpo docente e gli alunni. Bisogna trovare nuovi metodi di insegnamento per coinvolgere meglio gli studenti, che non sentono più propri i vecchi ed obsoleti metodi della lezione frontale. Gli studenti devono essere trattati come essere pensanti ed ascoltati, perché solamente da coloro che realmente solo calati nella realtà scolastica possono arrivare proposte concrete per il miglioramento del sistema educativo. Sono  organizzazioni studentesche, come l’Uds (Unione degli Studenti) che cercano attraverso iniziative, propaganda e manifestazioni di trasmettere il messaggio che la scuola non viene fatta “ai piani alti” della politica ma bensì in piazza e all’interno dei nostri stessi istituti. Ma purtroppo, almeno per ora, si tratta solo di voci isolate.

 

Luisiana Levi

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