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Non c’è pace nel Partito Democratico di Pimonte

PIMONTE. Venti di guerra soffiano nel Partito Democratico, L’elezione del direttivo e del nuovo coordinatore cittadino Antonio Cuomo hanno portato alla definitiva rottura tra le varie correnti. Così, dopo il congresso di domenica che ha portato al voto soltanto 81 tesserati dei 220 complessivi, lo scontro rimane aperto.

PIMONTE. Venti di guerra soffiano nel Partito Democratico, L’elezione del direttivo e del nuovo coordinatore cittadino Antonio Cuomo hanno portato alla definitiva rottura tra le varie correnti. Così, dopo il congresso di domenica che ha portato al voto soltanto 81 tesserati dei 220 complessivi, lo scontro rimane aperto. “Mi fa piacere – afferma l’ex sindaco Gennaro Somma, rimasto fuori dal direttivo – che i giovani di Pimonte si stiano avvicinando alla vita politica del paese, ma il nuovo Pd parte con il piede sbagliato. Nella fase precongressuale è stata portata avanti una lotta all’uomo, senza alcun fondamento, che nulla o poco ha a che vedere con la democrazia. Spero che ciò non porti allo sbaraglio, anche perché in giro continuano a circolare commenti velenosi che non lasciano presagire nulla di buono per il futuro del Pd”. Chiaro il riferimento all’epurazione messa in atto dal nuovo coordinatore cittadino Antonio Cuomo e da parte del nuovo direttivo nei confronti di una componente storica del partito che fa riferimento all’ex sindaco Somma. “Eppure un accordo lo avevamo trovato – continua l’ex primo cittadino -. Pochi giorni prima del congresso avevamo deciso insieme di dividere il costituendo direttivo in 10 esponenti della corrente maggioritaria e 6 del nostro gruppo, allo scopo di superare ogni frattura. Poi però è iniziata la caccia all’uomo, sono partiti i veti che hanno portato ad una ingiustificata e grave epurazione”. Secondo altri esponenti dell’ex Margherita invece “il PD, ormai servo dei desiderata del sindaco Dattilo e di qualche suo fedelissimo, rischia il suicidio politico. L’epurazione non risolve nulla, e anzi conferma la persistenza di venature vetero-comuniste nel Partito cosiddetto “riformista”, moderno e aperto alle idee e alle libere discussioni. La cacciata di una componente storica del centrosinistra riporta alla mente il PCI vecchio stampo, pronto a denigrare i dissidenti, a chiedere la testa degli oppositori interni”. E non è un caso se, a fronte dei 220 iscritti al partito, soltanto 81 si sono recati al voto congressuale di domenica. Insomma, la guerra continua e adesso il primo vero banco di prova saranno le elezioni provinciali di giugno che porteranno alla luce la vera forza del nuovo Partito democratico.

FRANCESCO FUSCO

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