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Medicina, il post-infarto è sottovalutato

Stanno meglio ma muoiono di piu'. Considerati pazienti a 'basso rischio' dopo aver avuto un infarto con conseguenze magari limitate, e per questo non sottoposti a terapia farmacologica o ad analisi particolari. Risultato: proprio tra gli infartuati meno 'in pericolo' la mortalita', ad un anno dall'evento, risulta superiore di ben 5 volte rispetto agli infartuati gravi.

Stanno meglio ma muoiono di piu’. Considerati pazienti a ‘basso rischio’ dopo aver avuto un infarto con conseguenze magari limitate, e per questo non sottoposti a terapia farmacologica o ad analisi particolari. Risultato: proprio tra gli infartuati meno ‘in pericolo’ la mortalita’, ad un anno dall’evento, risulta superiore di ben 5 volte rispetto agli infartuati gravi.

Il dato emerge da uno studio inglese ma, avvertono gli esperti, e’ ‘estendibile’ a livello europeo e mette ‘sotto accusa’ la classe medica, colpevole in vari casi di sottovalutare il rischio decidendo di limitare le terapie. Lo studio, presentato al Congresso dell’American College of Cardiology in corso a Chicago, e’ stato condotto dall’Universita’ di Leeds (Gb) in collaborazione con l’Universita’ di Bologna su un campione di 6000 pazienti inglesi in trattamento dopo un infarto. L’indagine, denominata ‘Emmace’, si e’ appena conclusa ed e’ durata 4 anni. Responsabile dell’analisi complessiva dei dati, il cardiologo Raffaele Bugiardini dell’ateneo bolognese e membro della Societa’ italiana di cardiologia. Dallo studio, spiega Bugiardini, “e’ emerso che i pazienti post infarto considerati a basso rischio, e dunque non sottoposti a cure particolari, hanno una mortalita’ ad un anno di cinque volte superiore rispetto al gruppo considerato a rischio. Inoltre, essendo classificati come pazienti ‘non in pericolo’, nei loro confronti si e’ visto che i medici tendono a non prescrivere neppure medicinali di base a costi limitati”. Cio’ vuol dire, e’ l’allarme dello specialista, che “siamo di fronte ad un pericoloso trend di sottotrattamento che riguarda migliaia di pazienti”. Da qui la conclusione dello studio: “Stiamo sbagliando la classificazione del rischio – avverte Bugiardini – e cio’ significa che i parametri adottati, che valutano essenzialmente la tipologia di infarto subito senza considerare altri fattori clinici o della storia del soggetto, sono errati. La conseguenza e’ che, a causa di cio’, si mette realmente in pericolo la vita dei pazienti”. Un allarme che vale sostanzialmente per tutti i paesi europei perche’, afferma Bugiardini, “analoghi sono la classificazione di rischio adottata ed il comportamento dei medici”. Ma oltre alla sottovalutazione dovuta a paramteri discutibili, vi e’ anche un’altra ragione alla base del sottotrattamento di questa categoria di cardiopatici: “E’ la pressione sui medici – rileva – per il contenimento della spesa farmaceutica, per cui questi tendono, nei casi all’apparenza non a rischio grave, a prescrivere meno medicinali e analisi”. Eppure, precisa il cardiologo, “le linee guida europee in materia sono chiare e dicono che la terapia farmacologica dopo un infarto va eseguita in tutti i pazienti per almeno 1-2 anni”. Lo dicono le linee guida ma “molti medici, anche per un eccesso di sicurezza o autonomia di valutazione – commenta lo specialista – non seguono tali ‘regole”’. E le conseguenze sono pesanti: “Il tasso di mortalita’ soprattutto per infarto resta alto, con oltre 270.000 morti l’anno solo in Italia per malattie cardiovascolari, contro – precisa Bugiardini – 160.000 decessi l’anno per cancro e 6.000 per Aids”. Il messaggio e’ chiaro: “Bisogna agire con iniziative concrete, ma e’ anche necessario – conclude l’esperto – che le autorita’ sanitarie dei vari paesi avviino dei programmi di sorveglianza per l’applicazione delle linee guida europee per il trattamento dell’infarto. In gioco ci sono, infatti, migliaia di vite ogni anno”.

Susy Miraglia

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