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Immigrazione, due suicidi in due giorni al Cpt di Modena

Uno l'hanno trovato lunedi' notte impiccato al proprio letto alto un metro, morto strangolato con dei lacci e con i piedi legati alla spalliera; l'altro invece l'hanno scoperto la scorsa notte: era impiccato anche lui con una corda legata ad un pomello di una porta. Ma per arrivare al corpo, i volontari hanno impiegato 4 ore, con gli altri immigrati che per la seconda volta in pochi giorni hanno dato il via ad una rivolta incendiando materassi e coperte.

Uno l’hanno trovato lunedi’ notte impiccato al proprio letto alto un metro, morto strangolato con dei lacci e con i piedi legati alla spalliera; l’altro invece l’hanno scoperto la scorsa notte: era impiccato anche lui con una corda legata ad un pomello di una porta. Ma per arrivare al corpo, i volontari hanno impiegato 4 ore, con gli altri immigrati che per la seconda volta in pochi giorni hanno dato il via ad una rivolta incendiando materassi e coperte.

Sono morti cosi’, a distanza di due giorni l’uno dall’altro, due ragazzi tunisini di 23 e 25 anni rinchiusi nel Cpt di Modena: due suicidi – investigatori e inquirenti non hanno alcun dubbio – che pero’ riaprono il dibattito sulle condizioni di vita all’interno dei Centri, con il ministro della Solidarieta’ Sociale Paolo Ferrero che chiede una “verifica stingente” al ministero dell’Interno(una prima indagine e’ gia’ stata svolta dopo il primo suicidio) per capire cosa e’ accaduto e la sinistra radicale che rilancia la richiesta di chiusura di tutti i Cpt e chiede al governo di riferire in aula alla Camera. Quel che le indagini della procura di Modena dovranno dunque stabilire, e’ il contesto attorno al quale sono maturate le morti. I due giovani, entrambi tunisini, erano arrivati da poco. Quello che si e’ impiccato, lunedi’ da Como con un provvedimento di espulsione; il 25enne che si e’ ucciso ieri, con una lunga serie di precedenti penali e sotto metadone, era invece stato fermato 6 giorni fa in una retata a Modena. E proprio ieri sera si era confidato con uno dei volontari dicendo di esser rimasto sconvolto dalla morte del connazionale. Poi pero’, dopo aver preso le medicine, ha fatto la stessa scelta e si e’ impiccato. La prima mossa del prefetto e’ stata quella di disporre il trasferimento di coloro che “piu’ da vicino hanno vissuto i due suicidi” in modo che si possa “riacquistare lo stato emotivo precedente”. Una misura che “contribuira’ ad attenuare la tensione”. La prefettura ha poi deciso che le forze dell’ordine mantengano un “alto livello di vigilanza” per evitare nuovi disordini e i volontari seguano con “particolare cura” gli stranieri. Sindaco e presidente della provincia hanno invece chiesto al viceministro dell’Interno Minniti due interventi: uno legislativo, riaffermando l’urgenza di razionalizzare le norme che regolano l’accesso ai Cpt e uno operativo, per il potenziamento degli organici delle forze dell’ordine. Ma i due suicidi ripropongono anche un problema tutt’altro che risolto: come riuscire a prevenire gesti di autolesionismo e rivolte che spesso avvengono in strutture che ospitano allo stesso tempo delinquenti di professione e lavoratori che hanno perso il permesso di soggiorno, di cui la Commissione istituita dal Viminale nei mesi scorsi ha chiesto il “superamento”. Non a caso proprio la Commissione De Mistura, nel rapporto finale, indicava il Cpt di Modena – una struttura la cui gestione costa allo Stato circa 750mila euro l’anno e che secondo l’Arci e’ “tra le piu’ alienanti per le condizioni in cui vivono i detenuti e per la mancanza di relazioni umane” – come uno di quelli dove uno dei problemi principali era un “numero significativo di detenuti ed ex detenuti” che esponeva gli altri “ad un clima costante di tensione e potenziale intimidazione”. Problema sollevato anche dal presidente della Misericordia di Modena (l’associazione che gestisce il centro), Daniele Giovanardi. “Noi abbiamo voluto che fossero divisi i flussi dei malavitosi da quelli delle persone che non hanno avuto nulla a che vedere con episodi criminali. Ma il problema non puo’ essere affrontato se non c’e’ una rete solidaristica di colloquio quotidiano tra tutte le strutture interessate” dice oggi, chiedendosi: “e’ ora cosa succedera? Siamo molto preoccupati”.

Barbara Lucianelli

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