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Hiv: una terapia sperimentale può dire addio alle pillole quotidiane

In questi giorni gli occhi di molti infettivologi sono puntati sui risultati di un trial clinico condotto alla Rockefeller University. Qui si sta sperimentando una nuova immunoterapia, basata sulla combinazione di anticorpi anti-Hiv, capace di sopprimere il virus Hiv per mesi. E i ricercatori non escludono di poter arrivare in futuro anche a una sola o al massimo due somministrazioni del farmaco all’anno per controllare il virus le persone sieropositive.

Il termine ‘trial clinico’ definisce uno studio clinico farmacologico, biomedico o salute-correlato sull’uomo, che segue dei protocolli predefiniti. Lo scopo è quello di verificare che una nuova terapia sia sicura, efficace e migliore di quella normalmente impiegata e correntemente somministrata. Il trial clinico è parte integrante cosiddetta medicina basata sull’evidenza, offrendo modalità organizzate e scientifiche per le migliori prove e sperimentazioni possibili e ottenendo risultati sui vantaggi e gli svantaggi dei diversi trattamenti. Senza i trial clinici, il progresso nella lotta contro le malattie sarebbe bloccato.

Se lo scopo di un trial clinico è quello della migliore efficacia di un trattamento sanitario, è importante dunque che si seguano percorsi scientificamente congrui. Prima che una nuova terapia possa essere somministrata ai pazienti, le ipotesi scientifiche che hanno portato alla messa a punto del nuovo trattamento devono essere dimostrate in modalità controllate, e simulate in laboratorio. Si deve condurre cioè un’estesa ricerca pre-clinica per ottenere risultati che dimostrino il potenziale efficace della cura nei confronti della malattia.

Gli studi clinici consentono ai ricercatori di stabilire il corretto dosaggio e il metodo di somministrazione più adeguato, forniscono una modalità per confermarne l’efficacia e consentono di individuarne eventuali effetti indesiderati. Inoltre, sulla base di questi dati, gli enti sperimentazione sull’uomo.

Partecipare ad uno studio clinico può consentire di accedere a terapie nuove ed efficaci, prima che esse possano essere commercializzate.  Chi volontariamente partecipa ad uno studio clinico lo fa per ottenere maggiore attenzione medica e scientifica al loro caso, altri per ricevere le cure più recenti disponibili o per assumere un ruolo più attivo nelle scelte terapeutiche che influenzeranno la loro vita e quella di futuri pazienti. Anche se partecipare ad uno studio clinico non garantisce che il farmaco sperimentato sarà efficace e privo di effetti collaterali, tutti i pazienti svolgono un ruolo sperimentazione sull’uomo.

Perché lo studio proposto in un trial sia ben fatto, bisogna individuare con cura sia la domanda a cui si vuole dare risposta, sia la popolazione di pazienti arruolati nello studio assicurandosi che sia sufficientemente ampia e omogenea, per dare significatività statistica all’analisi dei risultati, misurando il cosiddetto Valore p, ovvero la probabilità che il risultato trovato sia dovuto al fenomeno in esame, anziché al caso. Anche le informazioni su chi non ha seguito il protocollo, o su chi si è ritirato nel corso dello studio, devono essere comprese nell’analisi finale dei dati, ciò che permette di valutare l’efficacia del trattamento nelle condizioni reali, quando cioè il paziente potrebbe non aderire al trattamento che gli era stato somministrato, ridimensionando l’efficacia complessiva e l’applicabilità, ad esempio per l’elevato numero di effetti collaterali.

La sicurezza dei pazienti è assicurata da vari meccanismi a diversi livelli. Il consenso informato è il documento con cui si comunicano ai pazienti le informazioni principali riguardanti lo studio clinico ed il suo protocollo. È prassi comune che il medico analizzi questo documento insieme al paziente prima del suo arruolamento nello studio. Il consenso informato illustra lo scopo dello studio, i benefici attesi, i rischi conosciuti e le responsabilità del paziente. Per partecipare ad uno studio clinico i pazienti devono sottoscrivere il consenso informato. Qualsiasi istituto, ospedale o centro universitario che conduca uno studio clinico ha dei Comitati Etico-Scientifici, che esaminano attentamente tutti le proposte di potenziali studi clinici.

Le informazioni sugli studi clinici condotti nel mondo possono essere ottenute da varie fonti. In alcuni casi sono i medici a suggerire al paziente un particolare studio, in altri casi i pazienti trovano informazioni sugli studi clinici su Internet. I pazienti possono inoltre contattare associazioni di malati per chiedere informazioni sugli studi clinici in corso e su quelli programmati o per ottenere materiale informativo, libri e videocassette sulla loro malattia.

Tornando al trial clinico condotto dalla Rockefeller University  si parla di dare ai pazienti con Hiv la possibilità di assumere il farmaco che tiene sotto controllo l’infezione una tantum invece che tutti i giorni per tutta la vita vuol dire molto di più. Vuol dire migliorare l’aderenza alla terapia, che vuol dire mantenere il virus a livelli non pericolosi, che alla fine vuol dire anche ridurre il rischio di nuove infezioni. Non è una cosa da poco. E poi significa un ulteriore riduzione del rischio di effetti collaterali rispetto ai farmaci attuali che già, rispetto a quelli usati in passato, hanno apportato enormi progresso su questo fronte.

Gli anticorpi al centro della sperimentazione, chiamati bNAbs (broadly neurtralizing antibodies), hanno già dimostrato di essere sicuri e più efficaci di qualunque altra terapia a base di anticorpi testata finora. I promettenti risultati della sperimentazione sono stati pubblicati su ‘Nature’.  

Gli scienziati hanno identificato in questi fortunati individui, ribattezzati elite controllers,  alcuni anticorpi naturali, noti con le sigle 3BNC117 e 10-1074, capaci di riconoscere alcune proteine sulla superficie del virus e segnalarle al sistema immunitario affinché intervenga a bloccare l’infezione.

Lo scopo del nuovo farmaco è quello di riprodurre artificialmente quel che avviene naturalmente negli elite controllers, ovvero sopprimere il virus grazie a una rinvigorita risposta immunitaria. Per riuscirci, si sono detti i ricercatori, basta seguire l’esempio dei due anticorpi naturali che lo sanno fare così bene.

Gli scienziati hanno scoperto che 3BNC117 e 10-1074 attaccano l’Hiv da due angoli differenti e così hanno pensato di somministrare due anticorpi bNabs contemporaneamente. Questa strategia è stata testata in un trial clinico di fase 1 durante il quale i partecipanti hanno sospeso la terapia antiretrovirale per essere sottoposti a tre infusioni di due bNabs nel corso di sei settimane. 

I ricercatori hanno osservato in nove individui che il trattamento è riuscito a sopprimere il virus per una media di 21 settimane, arrivando in alcuni casi a 30 settimane. La somministrazione combinata dei due anticorpi sembrerebbe impedire lo sviluppo della resistenza nei virus. La terapia è stata ben tollerata: l’unico evento avverso rilevante è stata una leggera stanchezza in un ristretto numero di pazienti. Tutti i partecipanti a questo studio avevano valori di viremia bassi o nulli, perché erano stati in cura con farmaci antiretrovirali che avevano portato il virus a livelli non rilevabili.

La nuova promettente terapia combinata ha però alcuni limiti. I virus hanno molte varietà e non tutte rispondono ai bNAbs.

Questi due anticorpi, ha dichiarato Marina Caskey, a capo del secondo studio, non funzioneranno per tutti. Ma se iniziamo a combinare questa terapia con altri anticorpi o farmaci antiretrovirali potrebbe essere efficace per molte persone ed è quello che speriamo di osservare in studi futuri.

Tra le speranze dei ricercatori c’è anche quella che i bNAbs con il tempo favoriscano la produzione autonoma di anticorpi nell’organismo.

La terapia con i bNabs potrebbe rivoluzionare non solo il modo di curare l’Hiv, ma anche quello di prevenirlo.

Se gli studi futuri mostreranno gli stessi successi – ha detto Caskey – i bNAbs potrebbero veramente diventare un’alternativa ai farmaci antiretrovirali che sarebbe sicura e non richiederebbe l’assunzione di una pillola la giorno.

Antonella Di Pietro

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