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Clonazione, 10 anni fa la Ue diceva no a quella umana

Potrebbe essere indicato come il primo trattato internazionale 'figlio' di una pecora: dieci anni fa, sull'onda delle emozioni e degli scenari apocalittici nati dal successo della clonazione della pecora Dolly veniva firmato a Parigi il protocollo aggiuntivo alla Convenzione Europea sulla biomedicina che bandiva la clonazione a scopo riproduttivo, il primo documento internazionale giuridicamente vincolante sulla materia. Diciannove paesi aderenti al Consiglio d'Europa, fra cui l'Italia, decisero di impegnarsi a proibire þogni intervento atto a creare un essere umano identico geneticamente ad un altro, vivo o morto'.

Potrebbe essere indicato come il primo trattato internazionale ‘figlio’ di una pecora: dieci anni fa, sull’onda delle emozioni e degli scenari apocalittici nati dal successo della clonazione della pecora Dolly veniva firmato a Parigi il protocollo aggiuntivo alla Convenzione Europea sulla biomedicina che bandiva la clonazione a scopo riproduttivo, il primo documento internazionale giuridicamente vincolante sulla materia. Diciannove paesi aderenti al Consiglio d’Europa, fra cui l’Italia, decisero di impegnarsi a proibire þogni intervento atto a creare un essere umano identico geneticamente ad un altro, vivo o morto’.

Ad accelerare la decisione di adottare il trattato furono proprio le voci di imminenti esperimenti sull’uomo seguiti all’annuncio della nascita di Dolly, datata febbraio 1997. Solo una settimana prima della firma, ad esempio, Richard Seed, un ricercatore americano, aveva dichiarato di esserei n procinto di mettere a punto una tecnica in grado di clonare 200 mila bambini l’anno. In realta’ dieci anni dopo si e’ ancora lontani dal raggiungere questo risultato, che anzi sembra allontanarsi: “Dopo la pecora sono stati clonati molti altri mammiferi – spiega il genetista Giuseppe Novelli – ma gli ultimi risultati presentati dicono che per i primati, e quindi anche per l’uomo, ci sono molte piu’ difficolta’ causate dalle differenze biologiche dei primi stadi dello sviluppo dell’embrione. Inoltre ora non si vede il vantaggio economico di riuscire a clonare un uomo, mentre la ricerca sugli animali era necessaria allora per capire alcuni processi”. I diciannove paesi aderenti sono diventati negli anni 31, ma solo sedici hanno ratificato il trattato. L’Italia non risulta ancora fra i paesi che hanno adottato l’atto, anche se una legge del 2001 ne autorizzava la ratifica da parte del parlamento: “La nostra legislazione garantisce comunque il divieto – spiega pero’ il genetista Bruno Dalla Piccola, sia perche’ abbiamo adottato altre convenzioni simili sia per quanto detto espressamente dalla legge sulla fecondazione assistita. Anche dal punto di vista pratico comunque la scienza ha dimostrato di poter fare tranquillamente a meno della clonazione umana, quando ha dimostrato di poter þriprogrammare’ cellule adulte per ottenere staminali”.  Tra i paesi europei che non hanno mai firmato l’atto c’e’ la Gran Bretagna, secondo cui il trattato attentava alla liberta’ degli scienziati, un atteggiamento che ricorre spesso quando si parla di bioetica e che divide anche gli scienziati italiani: “Il documento riflette il tipico atteggiamento di precauzione eccessiva che si ha sempre di fronte alle grandi innovazioni – afferma Novelli – anche negli anni ’70 si era bandita per dieci anni la ricerca sul Dna ricombinante, che adesso usiamo per preparare una quantita’ enorme di farmaci. Bisgna mettersi in testa che lo scienziato pazzo non esiste piu’, e le tecnologie necessarie per la genetica sono cosi’ complesse che nessuno puo’ permettersi di fare esperimenti in un sottoscala”.

Susy Miraglia

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