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Avvelenamento animali, fenomeno sottovalutato

“Non e' possibile quantificare le vittime di avvelenamento in Italia fra gli animali selvatici, perche' non esiste una statistica di questo tipo. In tutta Italia questi fenomeni sono diffusi, ma con una variabilita' locale: basta una singola persona per causare danni enormi”. Cosi' Piero Genovesi, tecnologo dell'Istituto nazionale di fauna selvatica, commenta il caso degli orsi morti nel Parco d' Abruzzo, Lazio e Molise.

“Non e’ possibile quantificare le vittime di avvelenamento in Italia fra gli animali selvatici, perche’ non esiste una statistica di questo tipo. In tutta Italia questi fenomeni sono diffusi, ma con una variabilita’ locale: basta una singola persona per causare danni enormi”. Cosi’ Piero Genovesi, tecnologo dell’Istituto nazionale di fauna selvatica, commenta il caso degli orsi morti nel Parco d’ Abruzzo, Lazio e Molise.

  “Un conto e’ se vengono uccise volpi e cornacchie, specie piuttosto abbondanti e al primo posto nella classifica degli animali vittime del veleno – racconta l’esperto Infs – un conto quello degli orsi, che sono in numero molto piu’ ridotto e vivono in un’area ristretta. Mentre nel primo caso il danno su queste popolazioni e’ nullo, nel secondo caso piu’ le popolazioni sono ridotte e piu’ la mortalita’ aggiuntiva ha un forte impatto e diventa causa ultima dell’estinzione “. Non sono pero’ solo gli orsi le uniche vittime di bocconi avvelenati, perche’ “le specie piu’ minacciate sono quelle che mangiano anche le carcasse di animali morti – afferma Genovesi þ ad esempio un classico sono gli avvoltoi. In Italia in passato ne esistevano quattro specie, oggi sono tre e tutte a rischio estinzione. I piu’ a rischio sono quindi rapaci, corvi e cicogne”.  Non si puo’ fare un bilancio nazionale, ma esistono esempi di avvelenamento su base locale.  “Anche in una provincia come quella di Bologna – afferma Genovesi – gli episodi non sono stati pochi. Di recente sono stati uccisi un paio di lupi e almeno 20/30 poiane sono state trovate morte tutte insieme in un’area e in un periodo limitato”.  Altro esempio arriva dalla Sardegna, l’anno scorso. “Ad ottobre del 2006 sono stati avvelenati 7/8 grifoni – spiega l’ esperto Infs – e quest’anno nel periodo della riproduzione mancava un terzo della colonia, visto che su 30 coppie ne sono rimaste 20”.  Quantificare le morti da avvelenamento, spiega l’esperto dell’ Infs, e’ difficile anche per il meccanismo estremamente subdolo, come quello del piombo contenuto nelle munizioni dei cacciatori.  “L’avvelenamento puo’ essere intenzionale oppure no – afferma Genovesi – allevatori, agricoltori o cacciatori usano sostanze letali contro cani inselvatichiti, volpi e cornacchie. Orsi e aquile reali non sono in genere un obiettivo, ma essendo l’ avvelenamento un metodo non selettivo, chi arriva prima sul boccone lo mangia. Ci sono poi determinate sostanze utilizzate in agricoltura – aggiunge l’esperto Infs – per uccidere i roditori. Questi muoiono sui campi e diventano il pasto di un uccello da preda, come il nibbio”.  Un altro problema grosso e’ quello del piombo nelle munizioni, un veleno che rimane nell’animale ferito e non recuperato: “Nel caso in cui venga catturato – spiega Genovesi – questo soffrira’ di saturnismo per poi morire, visto che la malattia comporta che l’animale non riesca piu’ a coordinare i movimenti”.  Per questo “per tutelare specie in estinzione come quella del condor – conclude l’esperto Infs – il governo della California ha appena proibito il piombo nelle munizioni per la caccia agli ungulati. Uno studio di anni ha appurato che i condor, dopo essere stati catturati, allevati e rilasciati, morivano dopo il rientro in natura, a causa del piombo contenuto negli ungulati abbattuti o nei resti abbandonati dai cacciatori”.

Barbara Lucianelli

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