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Tra fame nel mondo e Covid: il Nobel al WFP

Realtà decisive ma spesso poco raccontate quelle delle organizzazioni internazionali, divenute attori chiavi nello scenario delle relazioni tra i Paesi. Dotate di personalità giuridica e di una soggettività seppure ristretta rispetto agli Stati, sono finalizzate agli obbiettivi da raggiungere attraverso attività in diverse nazioni. il Premio Nobel per la pace è stato assegnato quest’anno al World Food Programme, l’agenzia delle Nazioni Unite con sede a Roma impegnata in programmi di aiuti alimentari. Globalizzazione e interconnessione economica, divario tra Paesi sviluppati e aree in via di sviluppo, cambiamenti climatici e sfruttamento delle risorse di alcuni territori, impongono soluzioni condivise.
La WFP dal quartier generale di Roma coopera con sei uffici regionali di Bangkok, Il Cairo, Nairobi, Johannesburg, Dakar, Panama City, per sconfiggere la fame nel mondo entro il 2030. “Fino al giorno in cui avremo un vaccino medico, il cibo è il miglior vaccino contro il caos”, è la motivazione contenuta nel Nobel per la pace al WFP, in prima linea contro la povertà in Paesi come Yemen, Repubblica Democratica del Congo, Nigeria, Sud Sudan e Burkina Faso. Numeri impietosi accentuati dalla pandemia da Covid-19 che nelle zone più povere richiede oltre che soccorso e cure mediche, anche generi alimentari per migliorare le condizioni di vita locali
Fondato nel 1961 da George McGovern, allora direttore del programma di aiuto generale delle Nazioni Unite, il WFP dopo un programma sperimentale di tre anni, venne strutturato a partite dal 1965.
L’Italia è divenuta così la sede del Polo agroalimentare dell’ONU che contempla anche la FAO (Food and Agricolture Organization) e l’IFAD (International Fund for Agricultural Development), ed è al centro di decisioni strategiche in materia di assistenza  e solidarietà verso le popolazioni più deboli. Il WFP nello specifico mobilita aiuti imponenti, tra 5000 camion giornalieri, 90 aerei per 250 destinazioni nel mondo, 20 navi, e  un ammontare di 15 miliardi di razioni alimentari annue. Conta 17.000 dipendenti in tutto il mondo dislocati per il 90% nei Paesi bisognosi e uffici di rappresentanza disseminati da Londra a Parigi, Pechino, New York, Madrid, Ginevra, Tokyo e Washington.
Una rete collaudata di operazioni capillari condotte in sinergia con la società civile, i governi, le organizzazioni non governative, e che si regge per lo più su finanziamenti volontari. Solo nel 2018 ha raccolto la cifra record di 7,2 miliardi di dollari e aiutato 16 milioni di bambini in 60 Paesi. Ora che il  Premio Nobel per la Pace ne ha riconosciuto traguardi e meriti, bisognerà proseguire sulla strada del WFP, verso prospettive unanimi che comprendano potenzialità e limiti di una globalizzazione iniqua. L’emergenza sanitaria è solo la punta di un iceberg che affonda le sue radici in profondità, frutto di uno stravolgimento climatico, idrico, ecologico. Mentre la sfida si giocherà ancora una volta sul fronte dei conflitti civili e sociali, la siccità, la desertificazione, l’impoverimento delle risorse e i disastri naturali.
 
Marita Langella

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