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Eseguiti i primi trapianti con organi prelevati da pazienti con Hcv

Eseguiti con successo una serie di 3 trapianti di fegato con organi di donatori positivi al virus dell’epatite C (HCV) e sede di iniziale danno cronico.

I trapianti sono stati eseguiti presso l’Irccs Ismett. Per la prima volta a ricevere l’organo anche un paziente non affetto da epatite C.

Gli interventi sono stati possibili grazie alla disponibilità di nuovi farmaci antivirali ad azione diretta, che consentono di curare farmacologicamente l’infezione da virus dell’epatite C, con percentuali di successo superiori al 95%. I casi di utilizzo di organi prelevati da persone con HCV conclamata ed utilizzati su pazienti che non presentano questa patologia sono estremamente rari. Negli Stati Uniti, la procedura è stata utilizzata per la prima volta solo quest’anno presso un centro trapianti dello stato dello Utah.

Complessivamente la sopravvivenza in questo gruppo di pazienti non è risultata inferiore di quella di chi ha ricevuto un fegato non contagiato dal virus dell’epatite C ed in tutti i casi si è ottenuta una risposta virologica sostenuta, equivalente alla guarigione dall’infezione da virus C dell’epatite. ‘L’utilizzo di questi organi considerati fino a qualche anno fa non idonei al trapianto – commenta Angelo Luca, direttore di Ismett – rappresenta un’ulteriore ed importante arma per combattere la carenza di donatori d’organo, consentendo così la possibilità di ridurre ulteriormente la mortalità in lista d’attesa’.

Il cuore o il polmone di un donatore con epatite C potrà essere trapiantato senza rischi per il ricevente. Le procedure per prevenire l’infezione nel paziente sottoposto al trapianto si sono dimostrate tanto efficaci da non giustificare lo spreco di organi sani appartenuti a persone con un’infezione da Hcv. È quanto sostiene uno studio pubblicato sul New England Journal of Medicine condotto dai ricercatori del Brigham and Women’s Hospital di Boston. Nel loro ospedale dal marzo del 2017 sono stati eseguiti 69 trapianti di cuore e polmoni da donatori con epatite C a riceventi senza il virus. Ebbene, nessun paziente ha contratto l’infezione.

L’incoraggiante risultato che potrebbe tradursi in un maggior numero di trapianti e di vite salvate è stato ottenuto grazie a una puntuale e tempestiva profilassi. Il ricevente, nelle ore immediatamente successive al trapianto, viene sottoposto a una terapia antivirale per quattro settimane.

I ricercatori hanno dimostrato che il trattamento anti-epatite C iniziato subito dopo l’intervento è efficace sicuro. Efficace perché riesce a impedire che il virus passi dal cuore o dal polmone del donatore al fegato del ricevente e sicuro perché si è dimostrato ben tollerato, nonostante l’elevato numero di farmaci che i pazienti sono costretti ad assumere per scongiurare il rischio di rigetto.

La chiave del successo è il tempismo. Iniziare subito la terapia antivirale significa impedire al virus di avere il tempo di raggiungere il fegato, insediarsi e replicarsi, ma permette anche di ridurre la durata della terapia passando dalle 12 settimane tradizionalmente prescritte agli adulti con epatite C a 4 settimane. Abbattendo anche i costi della terapia (da 75mila a 25mila dollari).

Negli Stati Uniti ogni anno muoiono mille persone in attesa di un trapianto di cuore o di fegato. Se anche le persone affette da epatite C potessero rientrare nella lista dei donatori, le speranze di ricevere un organo aumenterebbero considerevolmente.

‘Generalmente il cuore e i polmoni provenienti da donatori con epatite C non vengono trapiantati. Ma l’avvento di agenti antivirali ad azione diretta per trattare l’infezione da virus dell’epatite C ha offerto la possibilità di aumentare sostanzialmente il bacino di donatori di organi consentendo il trapianto di cuori e polmoni da donatori infetti da Hcv in pazienti che non hanno l’infezione’, scrivono i ricercatori nel loro studio.

Il trattamento antivirale utilizzato al Brigham and Women’s Hospital consiste nella combinazione di sofosbuvir e velpatasvir, due farmaci comunemente prescritti alle persone adulte con epatite C.

Antonella Di Pietro

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