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Emanuela Orlandi, un mistero lungo 35 anni

Sono i giorni di un triste anniversario. Per ricordare la vicenda di Emanuela Orlandi, scomparsa 35 anni fa, il 22 giugno del 1983, dobbiamo ritornare a una calda giornata romana che prelude alle ferie estive. Per comprendere questa storia torbida avvolta tuttora nel mistero bisogna ripercorrere le vicende politiche, la cronaca nera e il potere temporale di quegli anni. La scomparsa della Orlandi è diventata l’emblema di quello che si può definire il gioco grande della Storia, una vittima innocente sacrificata sull’altare di una guerra oscura e inaccessibile. Al contempo ha mobilitato e smosso le coscienze di chi, famiglia in primis, si batte con pervicacia per trovare le risposte che merita. Ma si scontra con l’omertà e il silenzio di coloro che tessono da troppi anni una tela occulta. 

Si è parlato di un coinvolgimento della banda della Magliana, la mafia siciliana, la massoneria, i servizi segreti, come possibili responsabili del rapimento. E mentre l’opinione pubblica cerca di non cancellarne il ricordo attraverso iniziative mediatiche e sit-in, appaiono ormai sempre più chiari alcuni elementi inequivocabili. Una ragazza di 15 anni come tante, con una vita da adolescente serena scompare nel nulla in pieno centro a Roma sulla strada del ritorno verso casa.

Una vita innocua che si trasforma senza apparente ragione in tragedia personale e dramma collettivo. Non un allontanamento volontario, o una fuga d’amore o il gesto di qualche maniaco in cerca di giovani prede, ma un piano studiato ad hoc per interessi superiori troppo importanti. Perché l’unica colpa d Emanuela Orlandi è stata quella di essere nata nello Stato più piccolo al mondo, il Vaticano, figlia di un commesso della Prefettura della casa pontificia che ha servito Papa Wojtyla per anni. Colpi di scena e dichiarazioni poi puntualmente smentite si sono da sempre succedute , mentre Papa Giovanni Paolo II è morto nel 2005, portando forse con sé segreti scabrosi circa la responsabilità della Chiesa in questa pagina di cronaca nera italiana.
 

Il rapimento di Calvi, il crac dell’Ambrosiano e la figura enigmatica del Cardinale Marcinkus, allora presidente dello IOR, la banca vaticana, tutto riconduce a interessi economici e alla centralità dei soldi in un mistero ancora da dipanare. Proprio i rapporti presunti del cardinale con diversi esponenti delle organizzazioni criminali, tra cui Enrico De Pedis, boss della banda della Magliana, portano  a ipotizzare un grosso flusso di denaro derivante da traffici illeciti, confluito allo IOR e poi sparito. Che questi soldi siano stati distratti dalle casse dello IOR per essere destinati al finanziamento dei movimenti operai in Polonia artefici della caduta del muro di Berlino, e che il rapimento Orlandi fosse stato pensato per chiedere la restituzione della somma, non è stato accertato.

Il caso Orlandi è tuttora avvolto in un nebuloso mistero, la Procura di Roma ha archiviato l’inchiesta nel 2016 con nessuna responsabilità ascritta al Vaticano. Ma ciò che più conta in questa narrazione è la ricerca della verità che Pietro, fratello di Emanuela, continua a perseguire da anni. Non c’è resistenza o indifferenza che il dolore di un familiare non possa scalfire. Nel suo libro “Mia sorella Emanuela” lo racconta con forza, e abbiamo ormai imparato a riconoscere la sua voce e il suo viso in ogni programma televisivo, dibattito ed iniziativa promossa in ricordo. Nella speranza che le imponenti mura vaticane possano finalmente cedere di fronte alla richiesta di giustizia di una famiglia che attende speranzosa di scrivere la parola fine.

Marita Langella

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