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Doomsday clock: è passata la mezzanotte

POTENTI E AMBIENTE: CHIACCHIERE SENZA COSTRUTTO

L’orologio dell’apocalisse (doomsday clock) fu ideato nel 1947 dagli scienziati dell’università di Chicago, che ne iniziarono a parlare sul “Bulletin of the Atomic Scientists”. Il proposito era quello di misurare (metaforicamente) il pericolo di una ipotetica fine del mondo in virtù del continuo depauperamento delle risorse naturali, cui si è aggiunto via via l’attacco sconsiderato dell’uomo all’ecosistema. Il 23 gennaio scorso l’orologio ha superato la mezzanotte, ora simbolica dell’apocalisse. L’evento non ha subito larga eco mediatica, nonostante il monito di Ban Kimoon, ex segretario generale delle Nazioni Unite, il quale ha dichiarato che questo evento, sia pure considerando il suo empirismo, deve rappresentare un campanello d’allarme per il mondo.

La mancata attenzione non stupisce, alla luce dei tanti gridi di allarme rimasti inascoltati sin dal lontano 1972, anno in cui fu pubblicato il famoso rapporto del MIT1. Tutto, in effetti, è continuato come prima e l’emergenza pandemica, assumendo valore prioritario, ha ridotto ancor più l’attenzione nei confronti degli atavici malanni di cui soffre il Pianeta. Si deve considerare, del resto, che se nel 1972 la società non era ancora matura per recepire in modo compiuto i guasti ambientali, anche dopo l’istituzione del gruppo intergovernativo delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici, nel 1988, non è che le cose siano cambiate più di tanto: i potenti del mondo e larghi strati della “cosiddetta” società civile hanno ignorato gli allarmi, sputando fiele contro gli scienziati, che, a loro giudizio, minacciano la posizione privilegiata e gli enormi profitti aziendali ricavati anche, e forse soprattutto, da attività che contribuiscono sensibilmente al crescente inquinamento delle vitali risorse naturali.

Si nega sfacciatamente l’evidenza, anche alla luce di dati inconfutabili. Nel 2019 la temperatura si è innalzata come non mai, soprattutto ai poli e negli oceani. Le concentrazioni di gas serra nell’atmosfera hanno raggiunto nuovi picchi e i ghiacciai continuano a sciogliersi in modo sempre più consistente. A proposito del gas serra è bene precisare che i valori sono destinati a diminuire sensibilmente nel corso del 2020 e ciò potrebbe indurre taluni a parlare di regressione del problema: in realtà ciò è dovuto precipuamente al blocco delle attività industriali, soprattutto in Cina, a causa del covid 19.

Sempre nello scorso mese di gennaio, a Davos, in Svizzera, si è tenuto l’annuale Forum economico mondiale, che ha registrato l’ennesimo fallimento, come denunciato da tutti gli ambientalisti. Greenpeace ha giustamente accusato di ipocrisia (termine eufemistico, alla luce della realtà dei fatti) le ventiquattro banche che sponsorizzano il Forum, essendo le stesse che hanno finanziato il settore degli idrocarburi con la bella cifra di 1400miliardi di dollari, in barba agli accordi sulla riduzione delle emissioni2, siglati a Parigi nel 2015. Di fatto si vende fumo e Davos rappresenta solo una splendida vacanza annuale per i potenti della Terra, pagata dai loro veri padroni, più potenti di loro, ossia i burattinai della finanza e dell’economia.

Anche Greta Thunberg, la novella Giovanna d’Arco dell’ambientalismo, ha invitato i governi e le multinazionali a bloccare l’esplorazione e l’estrazione dei combustibili fossili, ponendo fine ai sussidi ad essi destinati. “Nel caso non l’aveste notato, il mondo è attualmente in fiamme”, ha tuonato, invano, con quanto fiato avesse in gola.

Un silenzio sconcertante ha fatto seguito al suo grido di dolore, smosso solo da qualcosa ancora più grave del silenzio: vuote parole di circostanza, promesse che nessuno intende rispettare (è così ogni anno) e gli inevitabili sberleffi di chi, come Steven Mnuchin, Segretario al Tesoro degli USA, consapevole di essere al servizio di padroni che non possono essere delusi, si è superato per dimostrare la propria fedeltà al sistema, offendendo pesantemente la giovanissima attivista con atteggiamento sprezzante e l’invito a studiare economia.

Egli è soprattutto un uomo di banca3 e il fatto che il sistema climatico obbedisca alle leggi della fisica e non a quelle dell’economia è per lui un aspetto secondario: l’importante è tutelare gli interessi economici degli amici; il Pianeta che muore non è un problema che lo riguardi.

IL FALSO MITO DELLA SOCIETÀ DEMOCRATICA

L’umanità ha raggiunto il limite dell’abisso climatico perché la democrazia, questo principio considerato valore assoluto, indiscutibile e indissolubile, si è trasformato in uno spot pubblicitario, per giunta noioso, ripetitivo e menzognero, come quelli di alcune lamette che, da cinquanta anni, si rinnovano “promettendo” tagli di barba sempre più efficaci, o quelli di alcuni detersivi che lavano sempre più bianco che più bianco non si può. Il falso mito di una democrazia funzionale agli interessi di tutti, di fatto, serve solo a coprire la degenerazione di un sistema che nasce già malato: il capitalismo globale. Ora siamo nella fase terminale di questo sistema distruttivo, che Noam Chomsky aveva ben definito in un celebre saggio4: “Personalmente, sono a favore della democrazia, il che significa che le istituzioni centrali della società devono essere sotto il controllo popolare. Ora, sotto il capitalismo, non possiamo avere la democrazia per definizione. Il capitalismo è un sistema in cui le istituzioni centrali della società sono in linea di principio sotto il controllo autocratico”.

Il famoso linguista statunitense, che analizzando le fenomenologie sociali da “sinistra” giunge a conclusioni non dissimili da quelle che pervadono il pensiero di Alain de Benoist (il quale, pur rifiutando da tempo di definirsi “di destra”, della “Nouvelle Droite” è stato il precursore), nel 2014, ospite a Roma del “Festival delle Scienze”, calcò pesantemente la mano sulla crisi della democrazia, sostenendo che “le democrazie europee sono al collasso totale, indipendentemente dal colore politico dei governi che si succedono al potere, perché sono decise da burocrati e dirigenti non eletti che stanno seduti a Bruxelles”. Il concetto può sembrare banale e scontato per i lettori di CONFINI, dal momento che in queste pagine viene ribadito come se fosse un mantra, ma così non è, riguardando un personaggio è universalmente considerato una fonte inesauribile di sapere e uno dei più autorevoli critici della globalizzazione e del liberismo5.

PROSPETTIVE FUTURE

Ora le priorità sono altre. È ben chiaro, tuttavia, che quando le nubi si saranno diradate e il sole tornerà a splendere – speriamo presto – non si potrà più tergiversare e occorrerà davvero cambiare registro, in modo totale e irreversibile, perché questa emergenza planetaria sta scoperchiando il vaso di Pandora nel quale erano celate tutte le mistificazioni poste in essere dai burattinai che controllano il mondo, a cominciare dal grande bluff rappresentato dall’Europa dei mercanti, la cui matrice devastante oramai non può sfuggire nemmeno ai più ottusi.

Nell’articolo intitolato “Povera Europa” (numero 75 di CONFINI – giugno 2019), dopo aver scandagliato le distonie emerse dalle elezioni europee, a cominciare dagli schieramenti in campo, che tutto hanno a cuore fuorché uno spirito realmente “europeista”, esprimevo le perplessità per i papabili alle alte cariche istituzionali dell’Unione, concludendo l’articolo con la frase: “Comunque vada a finire, per l’Europa si apprestano giorni cupi”. Si scrivono certe cose sperando di essere smentiti dai fatti, che invece, purtroppo, sempre confermano le previsioni. L’inadeguatezza di Christine Lagarde alla guida della BCE è emersa drammaticamente lo scorso 12 marzo, quando, asserendo che “non è compito della BCE ridurre lo spread perché ci sono altri strumenti e altri attori per affrontare questi problemi”, ha generato un panico nei mercati foriero della peggiore perdita nella storia della borsa italiana: meno 17%, con lo spread schizzato verso i 270 punti!

Dichiarando di non avere intenzione di sostenere i paesi più esposti – in questo momento l’Italia – acquistando i titoli di stato, come aveva fatto Draghi nel 2012, ha indotto i risparmiatori a puntare sulla Germania, percepita più sicura. Gaffe o atto voluto? Autorevoli commentatori parlano di “gaffe”, la qual cosa, a dirla tutta, è ancora più grave della mala fede. Analogo discorso vale per Ursula Von Der Leyen, presidente della Commissione Europea, della quale, sin dal momento della sua nomina, chi scrive ha messo in evidenza limiti e inadeguatezza al ruolo, criticando aspramente lo scellerato sostegno assicuratele dagli europarlamentari del M5S, risultati determinanti: nello stesso giorno in cui la sua amica della BCE affossava le borse europee ha diffuso un pistolotto retorico sostenendo che non siamo soli e che “in Europa siamo tutti italiani, vi sosterremo”. Con che cosa? Con le chiacchiere? Il ruolo nefasto dell’UE è apparso evidente sin dai primi momenti della crisi in atto: per reperire una manciata di (insufficienti) miliardi abbiamo dovuto far ricorso ai mercati, facendo lievitare il debito pubblico. Nessun aiuto, quindi, ma solo l’autorizzazione a fare altri debiti. E qui casca l’asino, o spira fortissimo il vento che fuoriesce dal vaso di Pandora, travolgendo tutti i principi che ci sono stati venduti dai mercanti padroni dell’Europa e del mondo: la terribile, dittatoriale Cina, ha tirato un fendente mortale alla turbofinanza globalista, autorizzando l’amministrazione autonoma di Hong Kong a stampare in proprio del denaro, in modo da sostenere i cittadini economicamente danneggiati dalla crisi. Non soldi reperiti dai mercati, quindi, producendo debito, ma creati “dal nulla” per fronteggiare una emergenza! Se a ciò aggiungiamo che, a differenza dell’Unione Europea e dei paesi “amici” che ci hanno sbattuto la porta in faccia, la Cina aiuta l’Italia donando centomila mascherine avanzate, ventimila tute protettive, cinquantamila tamponi, inviando anche mille medici e vendendoci mille respiratori e due milioni di mascherine normali, è ben chiaro che a crisi cessata lo scenario comunitario dovrà mutare drasticamente, a prescindere dalle facili illazioni circa la “ratio” che avrebbe spinto i cinesi a darci una mano: recuperare credibilità a livello di immagine e consolidare le relazioni. E se anche così fosse? Non è certo un reato e alla fine sono i fatti che contano e non le chiacchiere dei burocrati di Bruxelles.

Tutti dovranno rendersi conto che è “pura follia” lasciare i destini del mondo nelle mani di un paio di centinaia di famiglie che controllano la quasi totalità delle banche centrali, nonché le principali lobby finanziarie. Costoro senz’altro confidano di gestire i prestiti miliardari che serviranno per la ripresa economica, portandoci in un vortice di continuo default per renderci loro schiavi più di quanto non lo fossimo ora. Se dovessimo permettere che ciò accada, vorrebbe dire davvero che ci meriteremmo lo stato di frustrante sudditanza. Indipendentemente dagli scenari globali, tuttavia, e alla luce di ciò che sta emergendo grazie alla crisi, è ben evidente che in primis occorre fare da subito i conti anche in ambito nazionale, possibilmente accantonando toni accesi e accettando serenamente che non è più possibile tergiversare. Lo si chiede soprattutto ai responsabili dello sfascio nazionale: si facciano da parte senza creare problemi e magari inizino a lavorare veramente per il bene comune. Proprio mentre scrivo questo articolo (13 marzo) mi è giunto un video su WhatsApp estrapolato da un programma televisivo andato in onda ieri, 12 marzo, su La7.

Nel video si vede l’arcigno e autorevole primario del reparto malattie infettive del Policlinico di Pavia, dottor Raffaele Bruno, prendere letteralmente a pesci in faccia il politico babbeo di turno, di area renziana, che cercava di  “scaricare” sui medici le responsabilità dello sfacelo nel settore sanitario. Senza tanti giri di parole il dottor Bruno ha replicato, con un tono che deve aver fatto più male di un pugno in faccia, che non ha tempo da perdere, invitando i politici a “stare zitti” e magari a recarsi negli ospedali a dare una mano. Ripetiamo, pertanto, quanto già più volte scritto: il decentramento regionale si è dimostrato fallimentare sotto tutti i punti di vista, essendo servito precipuamente per scopi clientelari, con uno sperpero pazzesco di denaro pubblico. Sanità, trasporti, comunicazioni, autostrade, servizio elettrico nazionale, devono ritornare, indipendentemente da ogni possibile riforma dell’assetto costituzionale, a una gestione centralizzata, da effettuarsi, però, con uno spirito ben diverso da quello che li caratterizzava quando fungevano anch’essi da “carrozzoni” al servizio dei partiti. Lo stesso dicasi per Poste e Ferrovie, che con la privatizzazione hanno penalizzato fortemente gli “utenti”, trasformati in “clienti”, e vessato i dipendenti, costretti a veri lavori forzati, eccezion fatta per i soliti “raccomandati e super raccomandati”, i primi pagati per non fare nulla e i secondi strapagati in ruoli creati ad hoc per mero clientelismo politico. La chiusura di centinaia di ospedali ci sta costando parecchio e bisogna fare di tutto per riaprirli. Parimenti deve sparire ogni forma di baronia nelle università, lasciando emergere le eccellenze prima che i capelli diventino bianchi, anche perché tanti giovani non sono più disponibili a siffatte lunghe attese e vanno a rafforzare le strutture estere. I giovani in gamba devono restare in Italia. I baroni-tromboni, adusi a camminare nelle corsie con codazzo infinito, che truccano i concorsi per favorire i loro lecca sedere e le allieve sessualmente disponibili, per non dir di peggio, possono anche andarsene a quel paese e restarci fino alla fine dei loro giorni.

Per tristi vicende familiari ho avuto modo di frequentare l’ospedale neurochirurgico di Lione, uno dei più importanti al mondo. Un giorno vidi un signore camminare in bicicletta nei viali dell’ospedale, con le classiche molle ai pantaloni e una busta di plastica appesa al manubrio, che conteneva dei panini e qualche bibita. Vedendo degli astanti che lo guardavano con palese ammirazione, incuriosito, chiesi chi fosse: si trattava del professor Claude Lapras, pioniere della neurochirurgia pediatrica, all’epoca uno dei tre più grandi neurochirurghi al mondo! In bicicletta! Uno dei suoi allievi prediletti, il dottor Carmine Mottolese, napoletano, “scappato” in Francia dopo la laurea, è a sua volta divenuto uno dei più grandi neurochirurghi al mondo e forse il primo in assoluto per quanto concerne la neurochirurgia infantile. Dopo pochi anni al fianco di Lapras, Mottolese è diventato responsabile dell’unità di neurochirurgia pediatrica, poi capo del Dipartimento e addirittura presidente della società francese di neurochirurgia! Sempre a Lione ho avuto modo di conoscere un’altra “eccellenza italiana”, la neuroscienziata sarda Angela Sirigu, da oltre venti anni direttrice dell’Istituto di Scienze Cognitive del Cnrs (il Centro nazionale di ricerche francese!)

La lista degli italiani eccellenti che operano all’estero, comunque, come a tutti noto, è davvero lunga. Quando personaggi di siffatta portata non dovranno più scappare all’estero per vedersi riconosciuto il proprio talento, e soprattutto quando anche in Italia saremo capaci di abiurare lo squallido provincialismo, riconoscendo i meriti altrui, senza condizionamenti, allora potremo dire di essere davvero un paese “maturo”. Per ora restiamo ancora “la serva Italia di dolore ostello, nave sanza nocchiero in gran tempesta” e vi è solo da augurarsi che questa terribile contingenza serva davvero a farci cambiare rotta, creando le premesse per un reale sbocco nella “seconda repubblica” (siamo sempre nella “prima”, al di là delle distorsioni giornalistiche e dei politici ignoranti), con un presidente eletto dal popolo capo dell’esecutivo, un parlamento monocamerale e un razionale riassetto degli enti locali, che contempli l’abolizione delle regioni e delle amministrazioni provinciali. Mi fermo qui, ben consapevole di essermi dilungato con ragionamenti e proclami in un momento in cui bisognerebbe soprattutto ricordarsi il monito di Albert Camus, tratto da “La peste”: “Al principio dei flagelli e quando sono terminati, si fa sempre un po’ di retorica. Nel primo caso l’abitudine non è ancora perduta e nel secondo è ormai tornata. Soltanto nel momento della sventura ci si abitua alla verità, ossia al silenzio”.

NOTE

  1. Vedere “CONFINI” Nr. 72 marzo 2019, pag. 5
  2. Alla conferenza sul clima di Parigi (COP21) del dicembre 2015, 195 paesi hanno adottato il primo accordo universale, giuridicamente vincolante sul clima mondiale. L’accordo definisce un piano d’azione globale, inteso a rimettere il mondo sulla buona strada per evitare cambiamenti climatici pericolosi, stabilendo i seguenti propositi: mantenere l’aumento medio della temperatura mondiale ben al di sotto di 2°C rispetto ai livelli preindustriali come obiettivo a lungo termine; puntare a limitare l’aumento a 1,5°C, dato che ciò ridurrebbe in misura significativa i rischi e gli impatti dei cambiamenti climatici; fare in modo che le emissioni globali raggiungano il livello massimo al più presto possibile, pur riconoscendo che per i paesi in via di sviluppo occorrerà più tempo; procedere successivamente a rapide riduzioni in conformità con le soluzioni scientifiche più avanzate disponibili. Prima e durante la conferenza di Parigi, i paesi hanno presentato piani nazionali di azione per il clima. Anche se non ancora sufficienti per mantenere il riscaldamento globale al di sotto di 2ºC, l’accordo aveva tracciato la strada verso il raggiungimento di questo obiettivo, ma gli sviluppi successivi hanno dimostrato che si predica bene e si razzola male.
  3. Figlio di un banchiere della Goldman Sachs, dopo la laura in economia entra anche lui in banca, dove raggiunge l’alto livello di direttore informatico, ruolo che implica la responsabilità della funzione aziendale, delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione, subalterno solo a quello dell’amministratore delegato. Dimessosi nel 2002 avvia numerose attività finanziarie autonome, alcune delle quali in società con George Soros. La Goldman Sachs è famosa soprattutto per la grande frode dei titoli tossici venduti ai risparmiatori, all’origine della grande recessione iniziata nel 2008.
  4. Noam Chomsky, “Democrazia e istruzione. Non c’è libertà senza l’educazione” – Editore EdUP, 2005. (Saggio preziosissimo letteralmente sparito dalla circolazione)
  5. Autorevolezza solo scalfita dalle indigeribili “sviste” sui misfatti di alcuni regimi comunisti, almeno fino a quando le chiare evidenze non gli abbiano consentito di ricredersi. Nel 1979 sostenne che il genocidio cambogiano ad opera di Pol Pot fosse una pia invenzione. Parimenti fece con Mao Tse-Tung, allorquando tentò di alleggerire le sue responsabilità per la morte di oltre quindici milioni di cinesi tra il 1959 e il 1962, in virtù della dissennata politica economica, tributando a sfortunate cause naturali la terribile carestia.

Lino Lavorgna

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