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Covid e vaccini, nuovi lockdown e chiusure nei Paesi a rischio

Da sempre è la questione che ha accompagnato il processo di integrazione dell’Unione Europea, quella della diversa velocità di procedure e attuazioni. Lo è stato anche per la gestione della pandemia da Covid19 con epiloghi in molti casi drammatici e che rileva dinamiche comunitarie e politiche comuni disomogenee. Stesso allarme sanitario ma diverse risposte dunque per i 27 Stati dell’Unione legati da Trattati e accordi ma divisi per storia, cultura ed elementi identitari.

La gestione della campagna vaccinale è stata un banco di prova per la capacità dei governi di adottare un approccio condiviso, tanto più che nel 2020 con la Eu vaccines strategy l‘UE ha stanziato 2,7 miliardi per la vaccinazione di massa. Con l’autorizzazione condizionale ai vaccini AstraZeneca, BioNTech and Pfizer e Moderna tra dicembre e gennaio 2021 (cui si è aggiunto Johnson & Johnson a distanza di qualche mese), le somministrazioni hanno permesso di arrivare a fine settembre 2021 con il 72,6% dei maggiorenni europei che ha completato il ciclo completo. 

Una quota alta di cittadini dell’Unione considera sicuri i vaccini, con delle variabili che dipendono dalla fascia d’età, la situazione occupazionale, le precedenti vaccinazioni effettuate e il luogo di residenza. Eppure guardando ai dati e alla cartina geografica, c’è una demarcazione chiara tra Stati favorevoli all’obbligo vaccinale e altri contrari. L’area mediterranea come Spagna, Portogallo e Italia ha da subito mostrato un atteggiamento di apertura verso l’immunizzazione anti Covid, e lo è stato seppur in misura minore per i Paesi continentali come la Svezia, la Germania, l’Irlanda e la Danimarca, ma le percentuali di adesione scendono nella zona dell’est Europa come nel caso di Bulgaria, Ungheria, Polonia, Slovenia e Romania. 

Interventismo contro aperturismo sono le due facce di un comune problema da affrontare in un Continente interconnesso e legato da scambi di persone, capitali e merci, che però non sembra trovare un’armonizzazione nella lotta al virus.

La campagna vaccinale infatti è stata condotta nei tempi e nelle modalità a livello nazionale con l’intento di sensibilizzare in alcuni casi, mentre in altri ritardi e diffidenza hanno portato a risultati deludenti. E’ il caso della Lettonia dove secondo i risultati dell’Eurobarometer il 54% dei cittadini ritiene che i benefici dei vaccini siano inferiori ai rischi, e che con un’incidenza da Covid-19 di 1266 casi per 100 mila abitanti, è tornata in lockdown fino al 15 novembre. E la paura corre sul filo di una variante Delta che continua a far crescere la curva dei contagi, ma che è risultata meno letale in presenza di una protezione vaccinale.

L’Ecdc, il Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie, ha confermato i sospetti delle ultime settimane, e cioè che a nove mesi dall’inizio della campagna vaccinale nazioni come Bulgaria e Romania che hanno i tassi di vaccinazione più bassi, nell’ultimo mese contano più morti per coronavirus di altri Stati membri. Anche il fuoriuscito Regno Unito ad esempio a metà ottobre ha toccato un picco di 49.156 positivi su circa un milione di test effettuati, ma grazie ai vaccini le ospedalizzazioni sono ferme a 7.000 unità.

E non sembra andare meglio sul fronte russo che nei giorni scorsi con il record di 34.325 contagi, è il Paese con il tasso di morti più alto al mondo. Un fallimento della campagna vaccinale e dello Sputnik, accusato addirittura dal Sudafrica di aumentare negli uomini il rischio di contrarre l’Hiv, dovuto alla sfiducia della popolazione verso il vaccino di casa non ancora approvato dall’Organizzazione mondiale della sanità per mancanza di dati. Ed è stato il vicepresidente della camera bassa del parlamento russo Pyotr Tolstoy ad ammettere il fallimento della campagna vaccinale nelle ore in cui il Cremlino ha deciso di lasciare a casa i lavoratori fino al prossimo 7 novembre. 

Ora mentre in Austria pensano alla possibilità di lasciare in lockdown solo i non vaccinati, in altri come Spagna, Germania e Italia si è registrata un’adesione positiva ai vaccini. Nel nostro Paese infatti il ministro Speranza ha parlato dell’81% di vaccinati a ciclo completo, un risultato che va oltre le aspettative e che sta consentendo al Paese quella ripresa economica e sociale da tempo pre-Covid.

Anche se in un momento in cui posizioni divergenti diventano teatro di scontri sociali che non vengono canalizzati verso un progetto costruttivo, il quadro oggettivo generale racconta di quanto i vaccini abbiano contribuito a fermare morti e ricoveri. I vaccinati, secondo uno studio condotto in Francia dal Centro pubblico di farmacoepidemiologia Epi-Phare su 22,6 milioni di persone di età superiore ai 50 anni, sono 9 volte più coperti dal rischio di finire in ospedale o morire a causa della variante Delta ormai predominante.

Di questo e di molti altri temi si discuterà al summit di chiusura del G20 il 30 e 31 ottobre a Roma, dove il Presidente del Consiglio Mario Draghi accoglierà alla Nuvola di Fuksas i capi di stato e di governo, e durante il quale si discuterà anche della questione vaccini nel mondo e degli scenari di ripresa globale post-pandemia. Tra questi non si può non considerare la fornitura di vaccini ai Paesi più poveri, che saranno i più colpiti nella parte finale.

A lanciare l’allarme era stato anche Bill Gates in un momento in cui i Paesi a basso reddito non avevano affrontato numeri allarmanti per una serie di motivi, tra cui il lavoro all’aria aperta, la giovane età della popolazione in molte aree e la vita condotta lontano dai centri urbani. Ma l’ultimo rapporto di Oxfam, Emergency, Amnesty International e Unaids, membri della People’s Vaccine Alliance, presenta il controverso problema da sempre dibattuto in ambito di WTO, della proprietà intellettuale e dei brevetti delle case farmaceutiche che hanno distribuito solo un dose su 7 ai più poveri. 

 L’Italia che ad oggi ha consegnato appena il 14% delle 45 milioni di dosi promesse, così come gli altri Paesi sviluppati, dovranno considerare gli ostacoli alla libera circolazione di quello che dovrebbe essere considerato un bene pubblico da mettere al servizio di tutti. Sarà il primo passo verso il superamento del monopolio e di un’emergenza che rischia di mettere in ginocchio fette del mondo che non hanno accesso tempestivo alle cure. 

Marita Langella

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