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Chiudere le scuole. Subito!

Il rischio più grosso che stiamo correndo, tipico dei momenti tragici, è “l’assuefazione al peggio”. La mente si rifiuta di percepire il pericolo e opera una sorta di rimozione che consente di convivere con l’orrore. Ciò è sbagliato, ma sbaglia anche chi, essendo immune da questa che è una vera e propria psicopatologia, reagisce con veemenza, non riuscendo a comprendere come sia possibile non  rendersi conto di cose banali nella loro drammaticità: occorre chiudere subito le scuole, senza porsi limiti temporali, perché il tenerle aperte significa solo allungare, e di molto, l’uscita dal tunnel.

È una tragedia, il Covid-19, che non si sconfigge ignorandola.

Con calma e pazienza, quindi, occorre spiegare a chi non l’abbia ancora compreso che non è possibile conciliare l’inconciliabile. Tutto ciò, ovviamente, al netto dei mestatori, che non mancano mai e nelle tragedie ci sguazzano, volgendole a loro esclusivo vantaggio.

Non saranno i mesi di chiusura necessari a superare l’emergenza pandemica che determineranno l’ignoranza dei ragazzi, come qualcuno sostiene. A prescindere dalla didattica a distanza, da praticare nel rispetto dei programmi, sia pure nei limiti del possibile, vi sono molte altre valide soluzioni che consentono di fare di necessità virtù in un momento drammatico come questo.

Agli studenti delle scuole medie e superiori, per esempio, si prescriva la lettura di un libro a settimana, alternando i romanzi ai saggi di carattere storico e scientifico. Per ogni libro letto dovranno redigere una recensione, che sarà vagliata dai docenti.

Anno dopo anno si sta perdendo sempre più l’abitudine di imparare le poesie a memoria, pratica che sopravvive in qualche scuola media ed è del tutto scomparsa nelle scuole superiori. Stupidi presupposti di modernismo, per lo più retaggio della sub-cultura sessantottina, considerano l’apprendimento mnemonico un portato d’altri tempi  superato dalla naturale evoluzione della didattica, che privilegia altre forme di apprendimento.

Quella naturale evoluzione, per esempio, che alle elementari non associa più il verbo “tremare” a  “foglia” ma a “lavatrice” e consente agli studenti delle medie e delle superiori di spostare la scoperta dell’America nell’epoca moderna, la nomina di Hitler a cancelliere nel 1972 (!), l’inizio della Seconda Guerra Mondiale nel 1789 e la fine nel 1965(!)  e di profferire tante altre castronerie come quelle evincibili in questo video da giovani che un giorno saranno adulti e magari riusciranno anche a ricoprire ruoli importanti nella società. Si ritorni all’antico, quindi, e si conferisca alla scuola la dignità perduta.

Il succitato programma sarebbe già grasso che cola, ma si può fare ancora di più, naturalmente, dando sfogo alla fantasia e alla creatività. Quanti ragazzi dai 12 ai 18 anni ascoltano musica classica? Se da qualche studio dovesse uscire una percentuale a una cifra non vi sarebbe da stupirsi.

Come sarà, rispetto al 2019, un ragazzo che, alla ripresa delle lezioni in presenza, abbia letto almeno una quarantina di libri che non avrebbe mai letto, imparato un po’ di poesie e ascoltato, dopo i necessari approfondimenti, una discreta messe di sinfonie classiche e opere liriche?

In Italia si organizzano ogni anno centinaia di concorsi di narrativa e poesia. Non tutti, è noto, sono da prendere in considerazione, ma  qualsiasi docente dovrebbe essere in grado di selezionare quelli validi. Ogni scuola, pertanto, potrebbe chiedere ai rispettivi alunni di candidarsi al concorso scelto, offrendo loro una possibilità competitiva e comparativa comunque interessante, a prescindere dal risultato finale.

Sarebbe molto grave se non riuscissimo a trasformare un tragico evento in una opportunità per cambiare registro su tutti i fronti, cominciando proprio dalla scuola che deve formare i “potenti” di domani.

Cambiare vuol dire che mai più, nelle aule scolastiche e universitarie, si debbano verificare episodi come questo, e questo, e questo, e questo, e questo. Anche questo va censurato, questo ancora e tanto altro di analogo sentore o addirittura peggiore. E nessuno venga a dire che sono episodi isolati.

Dobbiamo avere il coraggio di ammettere che la società attuale è decadente, che vi è ben poco da salvare e che occorre recuperare stili di vita ancorati al rigore e alla serietà. È inutile esaltare il mito della “didattica in presenza” quando poi nelle scuole si fa tutt’altro.

Le dipendenze che avvelenano anima e corpo non sono solo droga e alcool! Ci si rende conto che i ragazzi non riescono a staccarsi dai telefonini e dai videogiochi?

È tollerabile che una bimba di dieci anni si ammazzi giocando a Blackout Challenge su Tik Tok?

In base a quale logica, se non quella del becero consumismo e del deleterio permissivismo, si concede tanta libertà di azione ai minorenni, anche sul fronte delle bevande alcoliche, senza adottare drastici provvedimenti?

È così difficile vietare l’utilizzo degli smartphone al di sotto dei dodici anni e operare controlli stretti su tablet e computer ?

È così difficile attuare un piano formativo, sin dalle elementari, per inculcare già in tenera età “altre dipendenze”, più salutari e spiegare bene cosa significhi fumare, assumere droghe e ubriacarsi?

È così difficile educarli ad ascoltare musica e non rumore, tenendoli il più lontano possibile da tutto ciò che puzzi di trash?

È così difficile protestare in modo incisivo affinché la TV non avveleni le menti con insulsi programmi spazzatura?

È così difficile imporre regole comportamentali nei Talk Show che privilegino un confronto civile e abiurino la gazzarra cialtronesca di figuri intenti solo a urlare?

È così difficile stabilire che in TV e nelle radio occorre osservare un linguaggio decente, senza far ricorso a una parolaccia ogni due secondi? 

È così difficile capire che certi film, trasmessi in TV, sono veleno per l’anima e impedirne la visione non si chiama censura ma  buon senso?

Non è difficile correggere anche gravi distonie sociali. Basta volerlo. Nel frattempo si pensi a salvare le vite dei ragazzi e quelle degli adulti con i quali interagiscono: il Covid-19 non guarda in faccia a nessuno.

                                                                  Lino Lavorgna

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