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Carceri, emergenza coronavirus

Si allungano i tempi della custodia cautelare per tutti coloro che attendono il primo giudizio, in carcere o agli arresti domiciliari. L’estensione è ancor più pesante per le 9.233 persone che stanno scontando in cella la detenzione cautelare e alle quali non si applicano nemmeno le nuove norme ‘svuota carceri’, introdotte per ridurre il sovraffollamento ma indirizzate solo a chi è già stato condannato e ha pene residue fino a 18 mesi.

Sono gli effetti delle misure introdotte dal Governo con il decreto legge ‘cura Italia’  che, per contenere il contagio da coronavirus, ha sospeso fino al 15 aprile le udienze e i termini di durata massima della carcerazione preventiva.

L’emergenza coronavirus e le proteste di inizio marzo hanno portato alla luce uno dei tanti settori colpiti dalle restrizioni per prevenire i contagi. Il DPCM dell’8 marzo ha previsto infatti norme apposite per gli istituti penitenziari: i casi sintomatici dei nuovi ingressi devono essere posti in condizione di isolamento dagli altri detenuti; i colloqui visivi si devono svolgere in modalità telefonica o video; diventano limitati i permessi e la libertà vigilata. Queste misure, volte a favorire un contenimento della diffusione del virus, si sono scontrate con una realtà non semplice. Gli istituti penitenziari italiani soffrono di problemi cronici che periodicamente vengono affrontati ma non del tutto risolti. Ad oggi, come riporta il sito del Ministero della Giustizia, rispetto all’effettiva capienza delle carceri italiane, in grado di ospitare intorno ai 51mila detenuti, i reclusi effettivi sono oltre 60mila, di cui circa un terzo stranieri.

Nel sistema carcere c’è molta buona volontà, ma assoluta mancanza di un piano organico condiviso per affrontare l’emergenza coronavirus – sottolinea il Presidente della Società Italiana di Medicina e Sanità Penitenziaria – SIMSPe, Luciano Lucanìa – già assolutamente gravissima nel contesto nazionale per i suoi riflessi sulla salute generale e sull’economia; nelle carceri potrebbe provocare una tragedia se vi fosse un impatto differente e di maggiore portata.

Ad oggi tra i positivi al COVID-19, risulta un numero di 15 detenuti, mentre rimane non conosciuto, auspicando che non ve ne siano, tra gli operatori, fra cui poliziotti e operatori sanitari. La positività non equivale a malattia, non comporta necessariamente il ricovero e solo in alcuni casi provoca peggiori esiti. Tuttavia, la positività al virus implica la certezza di essere contagiosi e la necessità di isolamento reale. Il carcere, in quanto mondo chiuso, potrebbe sembrare protetto dall’infezione, ma in realtà il virus può farvi ingresso in qualsiasi momento.

Gli screening, nonostante la complessità ed i presumibili costi, devono realizzarsi mediante tamponi naso-faringei da ripetersi in maniera regolare, anche a cadenza settimanale, nelle aree che registrano le maggiori prevalenze di infezione. In questa fase, nell’attesa che le curve epidemiologiche evidenzino sostanziali fasi di regressione, un simile approccio è indispensabile. Inoltre, si devono sviluppare iniziative omogenee fra gli attori del sistema, il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria e la sanità dei territori.

Antonella Di Pietro

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