Gaza ancora sotto l’attacco di Israele
16 Settembre 2020
Minigonne a scuola: è polemica
19 Settembre 2020
Mostra tutto

Barbarie dure a morire: i test della verginità

Sono davvero tante le pratiche barbariche che sopravvivono in taluni paesi orientali, a cominciare da quelle umilianti per l’universo femminile. Infibulazione, lapidazione, soggezione violenta alle prepotenze maschili, schiavitù vera e propria, ci fanno accapponare la pelle ogni volta che la cronaca porta alla ribalta le vittime di sub-culture eccessivamente tollerate dal mondo occidentale, per timori di ritorsioni che però configurano, sostanzialmente, una sorta di malcelata ignavia.

Restando nell’ambito della “verginità”, ancora a molte latitudini considerata valore ineludibile per una donna non sposata, sgomenta apprendere, per esempio, che in Indonesia, le giovani donne desiderose di intraprendere la carriera militare devono sottoporsi a un mortificante esame, con obbligo di spogliarsi al cospetto di medici uomini e sdraiarsi su un lettino con le gambe divaricate.

Niente ammissione, ovviamente, in caso di mancato riscontro dell’illibatezza e, come se non bastasse, si viene anche considerate delle poco di buono. Pratiche analoghe sono diffusissime e rappresentano solo una piccola componente di un contesto degradante, in massima parte destinato a restare sommerso. È facilmente ipotizzabile, del resto, cosa siano costrette a subire le donne che vivono in paesi con forte deficit evolutivo, considerato anche ciò che, purtroppo, ancora avviene nel “civilissimo” Occidente, non soltanto per colpa di soggetti indegni di figurare in un consorzio civile.

Proprio in questi giorni, infatti, in Francia, il ministro dell’Interno, Gerard Darmain, si è visto costretto a preparare una proposta di legge che prevede la messa al bando del mostruoso test e severe pene per chi dovesse continuare a effettuarlo.

Molti medici, infatti, ponendo un problema etico e deontologico, sostengono di essere favorevoli al certificato se esso possa contribuire a salvare la vita della ragazza “accusata”, proteggendola in tal modo dalle terribili vessazioni dei familiari, del fidanzato, della comunità retrograda di cui faccia parte.

Loro si dicono ben conoscitori della realtà sociale e sono sicuri di agire nel migliore dei modi possibili, in scienza e coscienza. Una legge estremamente restrittiva, a loro giudizio, è inutile e non perseguibile, essendo i certificati utilizzati nell’ambito privato. In pratica, in mancanza di una denuncia da parte di chi il certificato richieda, o di un’autodenuncia da parte di chi lo emetta, non sarebbe possibile contestare il reato e la legge, di fatto, sarebbe automaticamente violata.

Il problema, come si vede, non è di facile risoluzione proprio in virtù della sua particolare natura. Sarebbe tutto più semplice se, al posto delle miriadi di associazioni che si battono per i diritti delle donne (o meglio, oltre a ciò che loro fanno), i governi dei paesi che tali pratiche trovano immonde producessero un’azione comune di chiara denuncia, scevra di quegli arzigogolamenti diplomatici utili solo a creare fumo senza arrosto e destinati a perpetuarsi in eterno.

Sono trascorsi seimila anni dagli albori della civiltà e come siamo messi, a livello planetario, è sotto gli occhi di tutti. Forse è arrivato il momento di un vero scossone, avendo ben chiaro, inoltre, che non esistono zone “completamente” franche.

Lino Lavorgna

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *