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Ambiente e Covid: che fare per superare l’emergenza

 
L’emergenza sanitaria globale si è rivelata di difficile gestione sotto diversi profili legati alle abitudini di vita modificate. Attualmente in Italia il fabbisogno giornaliero di mascherine è di quasi 37,5 milioni di pezzi e di 80 milioni quelli di guanti,  sono 1.240 le tonnellate di rifiuti al giorno da smaltire. E mentre ogni anno a giugno si tiene la Giornata Mondiale dell’Ambiente voluta dalle Nazioni Unite, per continuare sulla strada della Dichiarazione di Stoccolma del 1972, quest’anno l’attenzione si è focalizzata sul commercio illegale degli animali selvatici. Dalla fissazione in Svezia di quei 26 principi da rispettare sull’ambiente come atto di responsabilità da parte di tutti i Paesi partecipanti, di progressi ne sono stati compiuti con altri trattati in materia di clima e sua tutela. Come il protocollo di Kyoto (dall’omonima città giapponese) del 1997 sul surriscaldamento globale, ratificato da più di 180 Stati. L’ inquinamento da fonti fossili, il degrado del suolo e degli oceani, l’emergenza plastica, la desertificazione e scarsità idrica come cause di fenomeni migratori, l’estinzione di specie animali che minaccia la biodiversità e l’ecosistema, sono ormai questioni che richiedono soluzioni politiche. A questo si aggiunge la necessità di gestire lo smaltimento di tonnellate di rifiuti in tempi di coronavirus, tra mascherine chirurgiche e prodotti sanitari da raccolta indifferenziata. 
 
Nei mesi in cui la produzione industriale ha subito un arresto a causa del lockdown, i rifiuti urbani sono calati del 14%, ma a questi adesso vanno aggiunti i prodotti monouso non riciclabili difficili da gestire. Dai materiali di plastica dei take away, ai mantelli di tessuto o alle visiere del settore dell’estetica, una porzione di spazzatura finisce in discarica, mentre il resto va bruciato in termovalorizzatori che spesso si rivelano insufficienti oppure obsoleti, e perciò viene mandato all’estero o smaltito illegalmente. In Italia durante la quarantena si sono ammassate in discarica 16 mila tonnellate di rifiuti che non sono potute uscire dal paese, su 465 mila che ogni anno convergono verso Austria, Portogallo, Slovenia, Spagna, Cipro, Germania e Tunisia. A questo scenario di precarietà si aggiunge un periodo di crisi economica da cui scaturisce un arresto dello sviluppo e di investimenti in energie rinnovabili, perché al decrescere dei prezzi del petrolio a causa del virus, corrisponde un rilancio delle fonti inquinanti. 
 
Sarà solo la crescita economica il volano per gli investimenti in settori come le biomasse, i pannelli fotovoltaici e l’eolico, componenti indispensabili per un ripensamento sostenibile che tuteli l’ambiente e ridefinisca l’assetto produttivo nonché infrastrutturale dei centri urbani. Un’economia integrata che contempli dimensioni correlate, con un ciclo produttivo in grado di ridurre sprechi e volgersi al riciclaggio, settore anche questo penalizzato dall’emergenza in corso. Dalle cartiere ai pannellifici che recuperano il legno, alle fonderie per i rottami metallici, l’intera filiera è entrata in crisi, con il conseguente aumento fino al 50% della capacità di stoccaggio degli impianti dove viene raccolto il materiale da riciclare prima di raggiungere la destinazione di lavorazione. Una volta vinta la sfida del Covid-19, si dovrà ripensare non solo alle politiche economiche e produttive , ma penetrare negli stili di vita e forma mentis collettive, sulla strada del risparmio, del contenimento, del riuso e dell’ottimizzazione delle risorse. 
 
Marita Langella
 
 

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