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24 aprile: il giorno sacro degli armeni

Incipit
Dal 1988, ogni 24 aprile, si celebra il “Giorno del Ricordo per il genocidio armeno”, una serie di massacri da parte dei turchi, che causarono un milione e mezzo di morti. In Armenia la data si configura come festività nazionale e lo stesso dicasi per la Repubblica dell’Artsakh, meglio nota come Nagorno Karabach, almeno fino allo scorso anno. Quest’anno niente celebrazioni pubbliche per gli armeni ivi residenti, essendo il territorio passato all’Azerbaigian a seguito della guerra conclusasi nel novembre 2020, combattuta e vinta grazie al determinante aiuto delle milizie jihadiste e della Turchia. Oggi, a Yerevan, al cospetto del Tsitsernakaberd, il memoriale del genocidio, centinaia di migliaia di persone pregheranno non solo per i loro nonni,  ma anche pe le cinquemila vittime della recente guerra, tra militari e civili, e per i settemila caduti delle due precedenti guerre, combattute dal 1992 al 1994 e nel 2016.

Una ferita sempre aperta

Il genocidio armeno fu il primo grande massacro di civili del XX Secolo. Nell’impero ottomano, oramai prossimo alla dissoluzione, si era affermato un progetto che vedeva al centro le popolazioni turche, omogenee per etnia, religione, lingua e cultura. Per gli armeni, minoranza cristiana nel firmamento islamico, non vi era più posto. Nella notte tra il 23 e il 24 aprile 1915 iniziò lo sterminio. Prima i militari e l’élite intellettuale e imprenditoriale, poi i vecchi, le donne, i bambini, allontanati a forza dai luoghi dove vivevano da millenni, deportati nei deserti di Siria e Mesopotamia e lasciati morire di fame e di sete. Oltre 1.500.000 le vittime, cui vanno aggiunte le decine di migliaia trucidate dal 1890.

Oggi l’Armenia conta poco più di tre milioni di abitanti, che portano nel sangue il retaggio di una tormentata storia. Ottenuta l’indipendenza dall’Urss nel 1991, aveva risolto nel 1994 il lungo conflitto con l’Azerbaigian per il controllo dell’Artsakh, enclave in territorio azero, assegnata al governo di Baku da Stalin. Il proditorio attacco sferrato dall’Azerbaigian nel settembre 2020, forte dell’appoggio turco e dei gruppi jihadisti siriani, si è concluso dopo due mesi con la sconfitta del piccolo e mal armato esercito armeno e la perdita di un territorio ritenuto sacro per una storia millenaria che lo lega in modo indissolubile al popolo armeno.

Il genocidio armeno rappresenta una delle pagine più buie e atroci della storia dell’umanità, sulla quale ricade una scarsa attenzione mediatica e culturale. La propensione diffusa è quella di “dimenticare”, lasciando prevalere i molteplici interessi nei confronti della Turchia, che proprio non ne vuole sapere di riconoscere il genocidio, ammettendo le responsabilità dei “Giovani Turchi”. Storia analoga a quella delle foibe, per anni dimenticate al fine di non dispiacere a Tito, che faceva comodo all’Occidente in chiave anti Urss. In Turchia, addirittura, si rischiano fino a tre anni di carcere solo se si parla di genocidio armeno.

Sono agghiaccianti le argomentazioni addotte dai turchi per negare ciò che è testimoniato da migliaia di foto, da riprese video e dai ricordi dei sopravvissuti. La morte di migliaia di persone durante le deportazioni, che loro chiamano “trasferimenti”, non può essere considerata genocidio perché in parte si è provveduto a eliminare i filo-russi (la Russia sosteneva la causa armena per l’ottenimento dell’indipendenza) e tanti sono morti di fame e di freddo.

Per cento anni il genocidio è stato sistematicamente ignorato, cancellato dalla memoria storica come una pagina fastidiosa, da strappare per non turbare le coscienze. “Ma chi sono questi armeni? Dove sono? Cosa vogliono?” Si rispondeva infastiditi a chi ne parlava, senza rendersi conto di emulare qualcuno che pensava più o meno le stesse cose quando affermò, prima di avviare il suo, “che nessuno si ricordava del genocidio degli armeni”. Era il 1939 e quel qualcuno si chiamava Adolf Hitler.

Sembrava impossibile che il mondo si scuotesse dal suo torpore e che la terribile “ragion di Stato”, da sempre complice di tutti i metz yeghern che la storia ricordi, fosse sconfitta. Troppo forte la Turchia, per contraddirla. Troppo piccola e debole l’Armenia, perché potesse indurre il mondo ad accorgersi di essa, nonostante la sua millenaria storia.

E invece! Nel 1936, Mario Bergoglio, ferroviere astigiano emigrato in Argentina in cerca di fortuna, e sua moglie Regina Maria, mettono al mondo un pargolo cui “impongono” il nome di Jorge Mario. Settantasette anni dopo quel pargolo ascende al soglio di Pietro “imponendosi” il nome di Francesco. Non ha alcun timore dei turchi e alla ragion di Stato antepone quella dell’onore e della verità storica.  Il 12 aprile 2015, durante una toccante messa celebrata con il rito armeno, cambia la storia. Il mondo fu costretto a scoprire il genocidio armeno e a nulla servirono le feroci reazioni di Erdogan, che intimò di “mai più ripetere tale termine”, in un delirio che sconfinava nel ridicolo, se non fosse stato tragico. Come birilli iniziarono a cadere le resistenze dei riluttanti, anche di coloro che con la Turchia hanno solide e consolidate relazioni: militari, economiche, diplomatiche, culturali. L’allora presidente degli USA Obama, con un arzigogolato ghirigoro sintattico, riuscì a non pronunciare la parola genocidio, sostituendola con massacro, enfatizzando un concetto  affinché fosse chiaro il messaggio subliminale che conteneva: “Caro Erdogan hai chiesto di non utilizzare la parola genocidio e ti accontento giacché siamo alleati, ma non tirare troppo la corda e datti una mossa perché sei rimasto isolato. Se la corda si spezza, sei tu che cadi”. Due  giorni dopo anche Angela Merkel telefona al premier turco Ahmet Davutoglu e gli dice ciò che era stato sempre taciuto nel rispetto dei solidi rapporti tra i due stati: “Il governo tedesco considera il massacro degli armeni compiuto dall’impero ottomano cento anni fa come un genocidio”. L’Austria si accoda, senza eccezione alcuna: i leader dei sei maggiori partiti diramano un comunicato in cui si spiega che, in qualità di ex alleato dell’Impero ottomano, “l’Austria ha il dovere di riconoscere e condannare questi orribili eventi come genocidio”.

Grazie a Papa Francesco il mondo sembra scuotersi e in Armenia divampa la speranza. Speranza che, però, s’infrange di nuovo sui terribili scogli di una realtà che non consente cambiamenti radicali. Esauritasi la spinta propulsiva generata nel 2015, tutto torna come prima e le priorità, in quella tormentata area geografica che suscita molti appetiti, tornano ad essere altre, tutte nocive per l’Armenia, costretta a subire l’ennesimo schiaffo nel 2020. 

Il turco miete

“Il Turco miete. Eran le teste Armene che ier cadean sotto il ricurvo acciar: Ei le offeriva boccheggianti e oscenea i pianti de l’Europa a imbalsamar. Il Turco miete. In sangue la Tessaglia ch’ei non arava or or gli biondeggiò. Aia – diss’ei – m’è il campo di battaglia, e frustando i giaurri il trebbierò. Il Turco miete. E al morbido tiranno manda il fior de l’elleniche beltà. I monarchi di Cristo assisteranno bianchi eunuchi a l’arèm del Padiscià”. ( Giosuè Carducci – “Il turco miete” – 1897)

La poesia è stata scritta nel 1897 e ovviamente non ha nulla a che vedere con il genocidio del 1915. Anche in essa, però, si parla di “teste armene che cadono”. Perché? Perché i turchi, dopo averli sempre discriminati, hanno iniziato a massacrare gli armeni già nel 1878, subito dopo la batosta subita nella guerra scoppiata l’anno precedente con la Russia, a seguito della quale l’impero ottomano perse molti territori. Nel “Trattato di Santo Stefano” i russi imposero anche la concessione dei diritti fondamentali alla minoranza armena cristiana – circa due milioni – con quanta gioia da parte dei turchi è facilmente immaginabile. Il trattato, infatti, divenne carta straccia, generando le vibrate proteste degli armeni, che ne reclamavano il rispetto. Il governo turco, a sua volta, fomentò la violenza dei cittadini contro “i cristiani armeni”, esortandoli espressamente a compiere qualsiasi atto di barbarie. Gli eccidi maggiori si ebbero dal 1895 al 1897 e generarono circa 300mila vittime.

La notizia dei massacri fece scalpore in tutto il mondo e fu anche disposta “una commissione d’inchiesta” (ma guarda un po’…) composta da rappresentanti turchi, russi, inglesi, francesi. Inutile dire come si concluse. La poesia di Carducci, nella parte iniziale, fa riferimento proprio all’eccidio di quegli anni, e fu composta dopo lo scoppio della guerra Greco-Turca, fomentata dalle rivolte dei cretesi, desiderosi di sganciarsi dalla dominazione ottomana e ricongiungersi alla madre patria. È appena il caso di ricordare, per tale evento, il deplorevole comportamento delle potenze occidentali, che lasciarono la Grecia in balia della soverchiante superiorità ottomana. Solo dei “volontari” accorsero da ogni parte d’Europa a combattere nel nome della libertà e a sostegno di un popolo che tanto aveva dato alla cultura occidentale. Un manipolo di italiani fu guidato dal figlio di Garibaldi, Ricciotti, subendo pesanti perdite, la più famosa delle quali fu il deputato Antonio Fratti, poi celebrato da Pascoli nell’ode “Ad Antonio Fratti”

Oggi siamo tutti armeni

In Italia vive una nutrita comunità armena, composta da persone fantastiche, culturalmente di altissimo profilo, tutte bene inserite in prestigiosi contesti sociali.
A loro, e ai connazionali che vivono in quella meravigliosa Terra alle pendici dell’Ararat, giunga un caloroso abbraccio da parte di chi non aspetta altro che vederli tornare a danzare, ancora una volta, al cospetto del Menq enq mer sarerè, su quella collina dove ora, ignominiosamente, anche per le colpe di noi occidentali, danzano gli azeri.

                                                                                                                                                                                 Lino Lavorgna

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