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2023, riflessioni sulla guerra e sulla pace

Incipit
«Pólemos è padre di tutte le cose, di tutte re; e gli uni disvela come dèi e gli altri come uomini, gli uni fa schiavi gli altri liberi». Eraclito (I presocratici. Testimonianze e frammenti, a cura di Gabriele Giannantoni, Bari, Laterza, 1969).

Il primo gennaio è solo un giorno che segue un altro giorno.

Ogni anno, tra Natale e Capodanno, sin da quando gli smartphone si sono impossessati delle vite di miliardi di esseri umani, si assiste all’immancabile rito dello scambio di auguri, in una gara che non vede né vincitori né vinti ma nella quale ciascuno intende proporsi con fantasiosi messaggi, in parte scelti tra quelli offerti dalla rete e in parte realizzati in proprio. Vi sono persone che non amano perdere tempo, ma non per questo intendono rinunciare al rito, sempre più stancante e talvolta quanto mai inopportuno, di augurare “Fervidi Auguri di Buon Natale e di un Felice Anno Nuovo (con le immancabili maiuscole) all’intera lista dei contatti registrati su WhatsApp, senza alcun riguardo per il rapporto intessuto con le singole persone. L’importante è restare con la coscienza a posto ed essere sicuri di non aver dimenticato nessuno grazie alla ferrea memoria della lista broadcast, anche se il messaggio non sarà mai emotivamente coinvolgente come il biglietto augurale scritto a mano e inviato per posta, pratica improponibile nella vorticosa società attuale. Il rito dello scambio augurale, poi, prevede l’aggiunta delle immancabili “frasi fatte” sulla salute, sul benessere economico e sulla “pace nel mondo”. Quest’ultima è la più utilizzata perché tutti bramano un mondo che assomigli a una sorta di giardino incantato senza tensioni, condizione raggiungibile sol che “gli altri” si comportino esattamente come da ciascuno desiderato. A nessuno, ovviamente, salta alla mente nemmeno per un secondo che è proprio questo convincimento ad annullare l’auspicio enfaticamente espresso anche da tutte le miss dei concorsi di bellezza, quando viene loro chiesto la cosa ritenuta più importante. Troppo bella, a tal proposito, la scena di un film nella quale l’attrice Sandra Bullock, da agente infiltrata nel concorso di Miss America per sventare un attentato, durante la presentazione delle candidate, dopo una sfilza di “pace nel mondo”, chiede con tono serioso: «punizioni più severe per chi violi la libertà condizionata», ammutolendo gli spettatori e lasciando a bocca aperta il povero conduttore, che inizia a balbettare non sapendo come riprendere in mano la situazione, almeno fino al momento in cui non aggiunge, sorniona: «…e ovviamente la pace nel mondo».

Oggi è il primo gennaio 2023 e in Ucraina si combatte e si muore quanto e più di ieri, nonostante miliardi di persone, nelle ultime 24 ore, si siano augurate la pace nel mondo.

Perché la guerra. Perché la pace?

Il 30 luglio 1932 Albert Einstein scrisse a Sigmund Freud per comunicargli che l’Istituto di cooperazione internazionale, organo della Società delle Nazioni, gli aveva proposto di invitare una persona di suo gradimento a un franco scambio di opinioni su un problema qualsiasi. All’inventore della psicanalisi, pertanto, il più grande fisico mai nato ritenne di rivolgere una domanda che gli appariva la più urgente tra quelle che si ponevano alla civiltà: «C’è un modo per liberare gli uomini dalla fatalità della guerra?»

Il carteggio tra i due è disponibile nel volume “Sulla guerra e sulla pace”, edito da La Città del Sole, 2006. Di seguito se ne trascrivono i passi salienti, in forma di sinossi.

“Caro professore Freud, non le nascondo che sono terribilmente preoccupato perché, consapevole delle grandi conquiste che si stanno registrando in ambito scientifico, se dovesse scoppiare una guerra i traguardi raggiunti potrebbero essere utilizzati in modo distruttivo. Voglio rivolgere a Lei che conosce gli istinti dell’essere umano, pertanto, una domanda alla quale non riesco a dare una risposta: «Perché gli esseri umani, pur rendendosi conto di quanto sia catastrofica la guerra, ciclicamente ricadono in questa aberrazione? Per quale ragione esiste la guerra, caro professor Freud? So che nei Suoi scritti possiamo trovare risposte esplicite o implicite a tutti gli interrogativi posti da questo problema che è insieme urgente e imprescindibile. Sarebbe tuttavia della massima utilità a noi tutti se Lei esponesse il problema della pace mondiale alla luce delle Sue recenti scoperte, perché tale esposizione potrebbe indicare la strada a nuovi e validissimi modi d’azione».

Molto cordialmente Suo, Albert Einstein.

La risposta di Freud.

«Caro professore Einstein, quando gli esseri umani hanno iniziato a popolare questo Pianeta l’unico mezzo per dirimere le controversie era la forza bruta, la violenza, la guerra. Poi le cose iniziarono a cambiare gradualmente: chi sviluppava maggiore intelligenza creava armi più efficaci e riusciva meglio a sopraffare i propri simili. Si arrivò fino al punto di elevare al rango di divinità chi meglio incarnava la forza bruta e la capacità di distruzione e così nacque Ares, il Dio della Guerra. I guerrieri venivano onorati e glorificati e da allora il mondo è sempre stato in guerra, perennemente. Sembra dunque che il tentativo di sostituire la forza reale con la forza delle idee sia per il momento votato all’insuccesso. È un errore di calcolo non considerare il fatto che il diritto, originariamente, era violenza bruta e che esso ancor oggi non può fare a meno di ricorrere alla violenza. Lei si meraviglia che sia tanto facile infiammare gli uomini alla guerra, e presume che in loro ci sia effettivamente qualcosa, una pulsione all’odio e alla distruzione, che è pronta ad accogliere un’istigazione siffatta. Di nuovo non posso far altro che convenire senza riserve con Lei. Noi crediamo all’esistenza di tale istinto e negli ultimi anni abbiamo appunto tentato di studiare le sue manifestazioni, convincendoci che essa (la pulsione all’odio, N.d.R.) operi in ogni essere vivente e che la sua aspirazione sia di portarlo alla rovina, di ricondurre la vita allo stato della materia inanimata. Con tutta serietà le si addice il nome di pulsione di morte, mentre le pulsioni erotiche stanno a rappresentare gli sforzi verso la vita. La pulsione di morte diventa pulsione distruttiva allorquando, con l’aiuto di certi organi, si rivolge all’esterno, verso gli oggetti. L’essere vivente protegge, per così dire, la propria vita distruggendone una estranea. Una parte della pulsione di morte, tuttavia, rimane attiva all’interno dell’essere vivente e non nutriamo alcuna speranza di  sopprimere le tendenze aggressive degli uomini. Si dice che in contrade felici, dove la natura offre a profusione tutto ciò di cui l’uomo ha bisogno, ci sono popoli la cui vita scorre nella mitezza e sia la coercizione sia l’aggressione sono sconosciute. Posso a malapena crederci; mi piacerebbe saperne di più, su questi popoli felici. Anche i bolscevichi sperano di riuscire a far scomparire l’aggressività umana, garantendo il soddisfacimento dei bisogni materiali e stabilendo l’uguaglianza sotto tutti gli altri aspetti tra i membri della comunità. Io la ritengo un’illusione. Intanto, essi sono diligentemente armati, e fra i modi con cui tengono uniti i loro seguaci non ultimo è il ricorso all’odio contro tutti gli stranieri. D’altronde non si tratta, come Lei stesso osserva, di abolire completamente l’aggressività umana; si può cercare di deviarla al punto che non debba trovare espressione nella guerra. (Corsivo e grassetto non compaiono nel testo originale e sono stati utilizzati come esplicito riferimento alle vicende attuali che coinvolgono gli eredi dei bolscevichi, N.d.R.). Io e lei ci indigniamo contro la guerra grazie a quel processo di civilizzazione che ci ha comunque consentito di percepirne la mostruosità. E con noi tanti altri. Ma se nonostante questo processo le guerre continuano a scatenarsi, la vera domanda da porsi è: perché la pace? Quanto dovremo aspettare perché anche gli altri diventino pacifisti? Non si può dirlo, ma forse non è una speranza utopistica che l’influsso di due fattori – un atteggiamento più civile e il giustificato timore degli effetti di una guerra futura – ponga fine alle guerre in un prossimo avvenire. Per quali vie dirette o traverse non possiamo indovinarlo. Nel frattempo possiamo dirci: tutto ciò che promuove l’evoluzione civile lavora anche contro la guerra. La saluto cordialmente e Le chiedo scusa se le mie osservazioni L’hanno delusa».
Suo Sigm. Freud».

Storia: maestra senza allievi.

Sarebbe bello “ricreare” il mondo ancorandolo agli esclusivi principi acquisiti con la “civilizzazione”, ma ciò è impossibile proprio perché è la natura umana a non consentirlo. Una natura che affonda le radici nella notte dei tempi, confondendo in un miscuglio inestricabile leggende divenute storia e fatti concreti divenuti leggende.

Noi siamo “europei” e occupiamo un continente che si chiama “Europa”, come la figlia di Agenore, re di Tiro, che fece perdere la testa al capo di tutti gli Dei, Zeus, il quale si trasformò in toro e la sedusse, dando vita a quell’evento a tutti noto come “Ratto di Europa”. L’etimologia della nostra patria continentale, di fatto, rimanderebbe a uno stupro perpetrato da un Dio! Che bella storia!
Ma a dirla tutta, in verità, è anche peggio. Si dice che i veri lettori dell’animo umano siano i poeti, i filosofi e i pittori, esagerando un po’ se si considerano tutti i soggetti riconducibili ai tre importanti filoni dell’essere, senza peraltro inficiare del tutto il concetto. Saranno almeno una ventina, o forse più, per esempio, i pittori che abbiano dedicato un’opera alla grande trombata tra un Dio e una principessa, tra i quali Tiepolo, Tiziano, Veronese, Guido Reni, solo per citarne alcuni tra i più famosi e limitandoci agli italiani, anche se tra le opere più belle figurano quelle del fiammingo Gillis Cognet e dell’olandese Rembrandt. Se si guardano attentamente tutti i dipinti, anche quelli dei pittori non citati, in nessuno di essi  si riuscirà a cogliere la raffigurazione di un “ratto”, ossia la violenza impetuosa di un Dio aduso a prendersi ciò che vuole senza tanti riguardi per nessuno. I “lettori dell’animo umano” hanno raffigurato Europa che sale dolcemente sul groppone di un “pacato toro”, con tratti sicuramente gentili, per poi volare via con lui. Grandissima zoccola, Europa, altro che donna stuprata, concetto metaforico da chi scrive reiterato più volte in quello, ahinoi, molto meno metaforico, che vede l’Europa come una vecchia baldracca che ha puttaneggiato in tutti i bordelli, contraendo le peggiori infezioni, tutte culminanti in -ismo. Roma fu fondata nel 753 a.C. grazie a un fratricidio. Bruttissima cosa. Era proprio necessario che Romolo ammazzasse il fratello solo perché aveva scelto un altro colle? No, ovviamente, ma le trame della Storia non amano eccessive complicazioni: essendo un gemello avrebbe potuto condizionare l’attività del fratello “re” e la Storia si libera subito di chi intralci i suoi disegni.  Se è brutta la storia di Romolo e Remo, ben peggiore è quella che ha creato i presupposti della loro esistenza. Negli scontri finali della Guerra di Troia, Enea non aveva alcuna possibilità di sconfiggere Achille, che già aveva ucciso il prode Ettore. Poseidone, però, divinità che assomiglia a certi nostri politici adusi a intrallazzi con gli avversari per fini meramente personali, pur essendo filo-greco (cosa già grave perché una divinità dovrebbe essere imparziale), un po’ per i vincoli di amicizia e parentela con la collega e cugina Afrodite (stupenda mamma di Enea che faceva girare la testa a uomini e dei,  come ben ci ricordano tante testimonianze, tra le quali quella eloquente dello storico romano Anneo Cornuto)  un po’ per interessi “postumi” (essendo un dio aveva già previsto la nascita di Roma, che però necessitava proprio dell’approdo di Enea sulle coste laziali come fase prodromica) fece calare all’improvviso una fitta nebbia sul luogo dello scontro, impedendo in tal modo ad Achille di infilzare Enea con la sua lancia e a quest’ultimo di intraprendere il famoso viaggio. Come a tutti noto, il figlio Ascanio diede inizio alla dinastia dei re albani che portò alla nascita di Romolo e Remo, figli di quella Rea Silvia che, manco a dirlo, stanca dell’astinenza imposta alle vestali, o si concesse una scappatella nel bosco per sedare i suoi appetiti sessuali con il vecchio spasimante Amulio, o fu da quest’ultimo stuprata, come sostiene Tito Livio, o fu stuprata da Marte, come sostiene Publio Annio Floro. Sono passati quasi tremila anni dagli avvenimenti citati  e ancora non si è stabilito chi fosse realmente il papà di Romolo e Remo. Intanto questi dei che stuprano chi vogliono, proprio come stanno facendo ora i soldati russi in Ucraina e come tante volte accaduto anche in passato, hanno proprio stufato e, in ogni caso, i fatti si configurano come un gran casino non certo edificante. Da giovane arrotondavo le mie entrate dando lezioni private agli studenti delle scuole medie e superiori, offrendo loro metodi di studio che prescindevano dai programmi ufficiali, sia per le lingue straniere (inglese e francese) a quel tempo insegnate con metodi che non ne facilitavano l’apprendimento, sia per la storia e la letteratura. Parlando della storia romana, per esempio, smitizzavo quell’aura apologetica che trasudava (e ancora trasuda) dai libri di testo, soffermandomi precipuamente sul periodo repubblicano (iniziato con la bufala di Muzio Scevola che si punisce per il mancato omicidio di Porsenna, lasciando bruciare completamente la  mano destra sul braciere dove ardeva il Fuoco dei sacrifici, episodio che alle scuole elementari fu spiegato dalla mia brava maestra come alto esempio di dignità umana e di coraggio, facendo nascere in me, bimbetto ingenuo ma già intriso di quel misticismo interiore che si sarebbe affinato solo col tempo, creando le necessarie barriere protettive, una duratura e spiacevole sensazione di inadeguatezza dopo aver tentato inutilmente di mantenere oltre un decimo di secondo il dito indice della mano destra sotto il labile fuocherello di un cerino) e sul periodo imperiale. Pratiche che ho continuato a seguire anche successivamente, in qualsivoglia contesto, quando gli avvenimenti correnti offrivano eloquenti spunti comparativi.

Il famoso patto (CAF) tra Craxi, Andreotti e Forlani, cosa aveva di diverso, nella forma, da quello tra Cesare Pompeo e Crasso prima e Antonio, Lepido e Ottaviano dopo?

Al metto di impossibili comparazioni e quindi sempre e solo con riferimento alla forma, Cesare che parte alla conquista della Gallia per sanare i suoi debiti con Crasso cosa ha di diverso da Berlusconi che scende in politica per evitare il fallimento delle sue aziende? E il ricco e spietato Crasso cosa ha di diverso da quell’Enrico Cuccia, dominatore indiscusso della finanza italiana dal dopoguerra fino alla sua morte? Esempi trascritti con pennellate rapide che, se approfonditi, offrono pazzesche analogie che lasciano emergere tanta di quella zozzeria da doversi turare il naso, soprattutto per la loro “ciclicità”. Da Augusto al povero Romolo Agustolo, in mezzo millennio che ha visto succedersi una novantina di imperatori, quanti di loro hanno effettivamente meritato quegli attributi eccelsi di cui sono pieni i libri di storia? Dobbiamo ripetere per l’ennesima volta le schifezze comportamentali, le tresche, gli inganni, la spietatezza con la quale tanti di loro abbiano fatto fuori amici e parenti stretti, compreso mamme, mogli, figli, pur di mantenersi al potere, perpetrando crimini che fanno impallidire persino il moderno Putin che sta massacrando un intero popolo, ma mantiene ben al sicuro all’estero mogli, amanti, figli e nipoti? Fatti inconfutabili che, chissà se in modo consapevole o meno, traspaiono anche nella finzione cinematografica. Sulla piattaforma televisiva Sky, per esempio, è disponibile una miniserie tedesca intitolata “Otto giorni alla fine”. La trama non ha nulla di originale: il solito asteroide che sta per colpire la Terra, distruggendo gran parte di essa, in particolare gli USA.  Questa volta, però, l’asteroide ha scelto di cadere nell’Europa Centrale, dalla quale tutti cercano di fuggire in qualche modo. I più ricchi e i potenti hanno l’opportunità di rifugiarsi in giganteschi bunker, vere e proprie città sotterranee, nelle quali, riferisce un fisico di sani principi che vi trova riparo insieme con la famiglia, esistono tutti gli elementi per iniziare una nuova vita, ripartendo da zero, con nuove prospettive per l’esistenza umana. Si può immaginare la sua sorpresa quando scoprirà che tantissimo spazio, nel quale avrebbero potuto trovare posto altre centinaia di migliaia di persone, è stato occupato da potenti carri armati e da ingenti armamenti, perché evidentemente i governanti, anche in un momento come quello, hanno ritenuto che, “dopo”, comunque delle armi non si sarebbe potuto fare a meno. Molti di quei governanti, poi, tanto per non farci mai perdere di vista le distonie del potere, avevano rubato buona parte dei fondi destinati alla costruzione dei bunker, condannando a morte milioni di persone.  

Exsurge Europa: si vis pacem para bellum

Questo articolo potrebbe tranquillamente trasformarsi in un corposo saggio, se si volessero illustrare le scelleratezze e le brutture che vanificano in modo brutale lo spiraglio di speranza auspicato da Freud per indurci ad abbandonare malsane abitudini. Per tutto ciò che sta accadendo, purtroppo, dobbiamo amaramente considerare che il suo auspicio è poggiato sul nulla. Non per questo, tuttavia, dobbiamo rinunciare a promuovere l’evoluzione civile affinché lavori contro la guerra. Ci mancherebbe altro. Anzi, dobbiamo farlo con maggiore incisività e cura. Cerchiamo di prendere atto, una volta e per tutte, che serve un’Europa “veramente” unita per stabilire un equilibrio mondiale, o quanto meno continentale.  Lo so che ora sconvolgo molte menti intorpidite dall’ipocrisia dilagante, dal decadimento continuo dei valori eticamente più nobili e dal progressivo affermarsi di tutte le negatività scaturite da quel liberalismo che costituisce il virus più grave che affligge l’umanità, ancora senza antidoti, ma non posso fare a meno di far notare che con gli Stati Uniti d’Europa e un “vero esercito europeo”,  al novello Zar che vuole spostare all’indietro le lancette dell’orologio non sarebbe nemmeno passato per la testa di invadere l’Ucraina e perpetrare gli orrendi crimini che già si configurano come il secondo genocidio, dopo il terribile holodomor inferto da Stalin. Continuiamo a lavorare per “la pace nel mondo”, quindi, ma nel frattempo smettiamola con le comode e spensierate “marce della pace” e cerchiamo di aiutare concretamente chi combatte e muore anche per noi, perché altrimenti sarà l’evoluzione civile ad essere cancellata e non la guerra.

                                                                                               Lino Lavorgna

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