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Quattro notti possono riempire una vita?

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“Era una notte meravigliosa, una notte come forse ce ne possono essere soltanto quando siamo giovani, amabile lettore. Il cielo era così pieno di stelle, così luminoso che, gettandovi uno sguardo, senza volerlo si era costretti a domandare a se stessi: è mai possibile che sotto un cielo simile possa vivere ogni sorta di gente collerica e capricciosa?”

Il sognatore, il vero sognatore è solo. È da questa premessa terribile e onirica che si sviluppa uno dei più brevi ma anche più intensi scritti di Fëdor Michajlovič Dostoevskij. “Le notti bianche” (Romanzo sentimentale. Dalle memorie di un sognatore), titolo originale "Belye noči. Sentimental'ny roman" , suo lavoro giovanile, fu pubblicato per la prima volta nel 1848. L'opera riprende il nome da quel particolare periodo dell'anno nella Russia del nord, e in particolare nella zona di San Pietroburgo, in cui i giorni sembrano esser infiniti, e il sole tramonta dopo le 22. Il nostro protagonista, che parla in prima persona e di cui non sappiamo nemmeno il nome è un sognatore, e quindi un solitario. È da ben otto anni che vive a San Pietroburgo, eppure non conosce nessuno. Ogni giorno, e ogni notte percorre le stesse strada, si inoltra nel cuore della città, vede i visi della gente, li riconosce, prova a immaginare le loro storie. Si ricorda di tutto, ma nessuno sa chi lui sia, nessuno sembra accorgersi di lui. L’unica sua compagna, fedele e sempre presente, è l’immaginazione.

“Sono completamente senza una storia. Come si dice da noi, ho vissuto per me stesso, cioè completamente solo...”

Una notte come tutte le altre, ma destinata a diventare la sua prima vera notte, durante una delle sue abitudinarie passeggiate incontra la bella Nasten’ ka, una fanciulla delicata e fragile che piange aggrappata ad una ringhiera, dilaniata per la fine del suo grande amore. Il nostro sognatore non resiste ad una scena così toccante e le porge il suo aiuto. I due iniziano a passeggiare protetti dal velluto blu scuro della notte san pietroburghese, e si raccontano. Condividono paure, ansie, delusioni, sogni infranti e si danno appuntamento per la notte seguente, con un'unica clausola: lui non dovrà innamorarsi dell’attraente Nasten’ ka. Si conclude così il primo di quattro incontri che segneranno le giornate smorte e la stessa vita del nostro giovane protagonista. Egli, grazie all’aiuto della dolce fanciulla riuscirà per la prima volta a percepirsi e non più a fermarsi alla propria sola immagine mentale. Sentirà il mondo sulla pelle, sfregarlo e fargli il solletico, l’ansia di futuro, assaggerà per la prima volta un boccone di vita. L’incontro di quest’anima affine, dà una realtà al nostro sognatore di gran lunga superiore ad ogni sua fantasia. Ma gli incontri sono destinati a finire nell’oscurità della notte…

“Dio mio! Un minuto intero di beatitudine! È forse poco per colmare tutta la vita di un uomo?”

“Le notti bianche” è il primo piccolo grande capolavoro di Dostoevskij . Una perla tanto piccola quanto preziosa, senz’alcun dubbio uno dei libri più belli di tutti i tempi. È un libro sulla solitudine umana che ognuno coltiva a suo modo e che è l’unica cosa che ci accompagna in tutta la nostra vita. Un libro sull’amore, sulla ricerca dell’altro, sul bisogno, l’ansia e la paura di comunicare. Un libro sull’infelicità, la sofferenza, l’abbandono. Un libro sul dolore che provoca un amore nato per morire, sulla gioia impareggiabile che può regalarci una persona senza nemmeno saperlo. È un libro sulla vita, nella sua interezza; ed è straordinario che Dostoevskij ci abbia regalato tutto ciò, in uno dei suoi primissimi libri.

 

Luisiana Levi

 

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