Di cos’è fatto Melancholia, quali sono i suoi elementi chimici di base? Un solvente wagneriano potente, sempre presente, che monta, esplode sferico o ci attende nei notturni esterni, una melodia insaziabile come quella del Tristano non aveva ancora trovato accordi simili al cinema.
Un prologo pittorico e rallentato, reificato, condensa l’intera trama e offre la sostanza visiva del film in forme digitali che pur sembrano fatte dell’impasto di oscure dorature, nevi pietrificate de Il ritorno dei cacciatori di Bruegel si accartocciano e bruciano come pellicola e patina del mondo che viene meno. Melancholia è dunque un inizio potente, una suggestione che ambisce a Dürer e all’incisione, all’allegoria elaborata di un lungo medioevo. La prima parte ha i colori dell’oro, di luci calde all’interno di un castello dai geometrici giardini che sembrano tuffarsi in ripida discesa in uno specchio d’acqua antistante, un mare o un lago costellato d’isole. Nel castello, sulla terrazza, nelle scuderie, nei boschi intorno, tra le buche di un green, avviene tutto. Prima, la festa del matrimonio di Justine – una Kirsten Dunst premiata a Cannes – turbata dalle sue ripetute assenze, e fughe verso la musica e la notte, verso l’inquietudine pronta a sfigurare se stessa tradendo il marito la notte delle nozze. Il padre della sposa folleggia, la madre ripudia l’idea stessa del matrimonio e suggerisce alla figlia di andar via, la sorella di lei Claire-Charlotte Gainsbourg, bruno e opposto doppio della Dunst, la sostiene dolce e fragile essa stessa. Tutto si sfalda, gli ospiti vanno via, “cosa ti aspettavi?” sussurra la sposa al marito. Una stella già prima avvistata, ora si fa avanti, come una seconda luna azzurra nel cielo intarsiato al giardino simmetrico. Seconda parte: Justine crolla, la sua disperazione intollerabile diventa magnetica smania animale, resta al castello grazie alle cure di Claire e all’ospitalità del marito di lei (Kiefer Sutherland), proprietario del palazzo.
Ma Melancholia si rivela lentamente non più una luna ma un pianeta, figura dell’astronomia e di anomale ellissi nascoste dietro al sole, ma anche pianeta d’influssi e melancolie della carne e del compasso. Il suo effetto, la sua attrazione schiacciano Justine, che più di tutti sa. Claire lo teme insicura, legata alla vita, alle sue forme dolci di marmellata a colazione. Tutti scrutano l’enorme presenza, l’alterazione innaturale delle cose celesti, la strana orbita che si allontana prima e che dopo schianterà la terra. Più che un film una morbosità siderale distillata da un San Girolamo nel suo studio di leoni. Ma tutto questo non esiste e non lo vedrete, e la sua falsità disturba, da tutto questo suggerisce di derivare senza tuttavia gestirne la misura; arrivato a tanto può fallire.
Melancholia è un avvelenamento e una contraffazione, per il primo caso l’antidoto è arduo solo se un manierismo di gusto romantico vi appartiene, il film insegue un calco duplice e olografico di cui solo il Tristano è un’eco reale se pure in sedicesimo. Misurato nei toni, si muove in coloriture dell’immagine abnormi e pretenziose quanto una Salammbô o il kitsch più sovraesposto.





