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Obama: la guerra è finita

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Barack ObamaIl presidente americano Barack Obama ha annunciato ufficialmente ieri sera ''la fine della missione di combattimento in Iraq''.

''Gli Stati Uniti hanno pagato un prezzo enorme per mettere il futuro dell'Iraq nelle mani del suo popolo: adesso e' giunto il momento di voltare pagina'', ha detto l'inquilino della Casa Bianca in un discorso alla Nazione. Obama ha sottolineato di ''avere mantenuto la promessa'' fatta in campagna elettorale: ''Iraqi Freedom e' terminata'', ha detto, sollecitando i leader iracheni a ''formare rapidamente'' un governo. Sul fronte Afghanistan, Obama ha detto che il ritmo del ritiro delle truppe Usa dipendera' dalla situazione sul terreno. Intanto riparte il negoziato diretto israelo-palestinese.
Gli Stati Uniti giudicano ''realistico'' poter arrivare entro un anno ad un esito positivo del processo di pace tra israeliani e palestinesi, stimando che esiste una ''finestra di lancio'' per una soluzione a due Stati. E quanto ha detto l'inviato speciale americano per il Medio Oriente, George Mitchell, in vista della ripresa oggi dei negoziati diretti tra Israele ed i palestinesi con il primo ministro israeliano Benyamin Netanyahu e il presidente palestinese Abu Mazen (Mahmud Abbas) che incontrano il presidente americano Barack Obama.''I terroristi non avranno il sopravvento. Unendo le forze e' possibile sopraffarli'': ha affermato intanto il Capo dello stato israeliano Shimon Peres commentando l'attentato di ieri presso Hebron (Cisgiordania) dove il 'braccio armato' di Hamas ha ucciso quattro civili israeliani.

MO: NEGOZIATI; SI TORNA AL TAVOLO, OBAMA SCOPRE CARTE - L'attesa e' tutta per l'asso destinato a spuntare dalla manica di Barack Obama, ammesso che la Casa Bianca ne abbia in serbo uno. Ma forse la carta 'coperta' del presidente americano consiste proprio nella manifestazione di volonta' politica messa sul piatto per far ripartire il negoziato diretto israelo-palestinese: dopo 19 mesi di gelo e a dispetto dello scetticismo generale, della sfiducia reciproca fra i due attori principali - Benyamin Netanyahu e Abu Mazen (Mahmud Abbas) - e d'una realta' concreta nella quale sul terreno ostacoli, provocazioni e fatti compiuti sovrastano di gran lunga i rari gesti di buona volonta'. L'appuntamento inaugurale e' fissato a Washington per giovedi' 2, con una cerimonia di restart che vedra' il padrone di casa, il premier israeliano e il presidente dell'Autorita' nazionale palestinese (Anp) affiancati da tre co-mediatori: il rais egiziano Hosni Mubarak, il re di Giordania Abdallah, l'inviato del Quartetto (Usa, Russia, Ue, Onu) Tony Blair. Abu Mazen e Netanyahu sono pero' gia' in viaggio, attesi domani da un primo incontro preparatorio. Mentre in riva al Potomac hanno piantato le tende ormai da qualche giorno i loro negoziatori di riferimento: il palestinese Saeb Erekat e l'israeliano Yitzhak Molcho. Due uomini quanto mai diversi (dirigente di lungo corso dell'Anp e voce faconda della scena diplomatica internazionale il primo; giurista dal profilo politico sbiadito e taciturno fiduciario personale di Netanyahu il secondo) ai quali spettera' la tessitura dei dossier negli intervalli di tempo tra i faccia a faccia a cadenza quindicinale dei rispettivi principali. Un lavoro su cui si misurera' la capacita' di pressione (e persuasione) di George Mitchell: il navigatissimo emissario di Obama per il Medio Oriente al quale e' affidata una parte non piccola del sogno di un'intesa di compromesso entro la temeraria scadenza prevista di un anno. I temi in agenda sono quelli di un conflitto decennale, tanto noti quanto spinosi e aggrovigliati. C'e' la questione nodale del futuro Stato palestinese, che l'Anp rivendica in sostanza entro i confini del 1967 (con l'inclusione della Cisgiordania, della Striscia di Gaza e di Gerusalemme est, e limitati scambi di territorio), mentre il governo israeliano immagina nelle forme di un'entita' demilitarizzata e sottoposta a clausole di sovranita' limitata dal punto di vista dei controlli di frontiera, parto di una revisione territoriale piu' ampia. C'e' l'ombra delle colonie ebraiche, che Israele ha costruito nei territori occupati oltre i confini del '67 e che ormai contano centinaia di migliaia di abitanti. C'e' il problema dello status di Gerusalemme est (la parte a maggioranza araba della Citta' Santa), annessa a suo tempo unilateralmente da Israele contro il volere della comunita' internazionale e che il governo Netanyahu considera oggi parte della ''capitale unita, indivisibile ed eterna'' dello Stato ebraico; ma su cui i palestinesi non rinunciano a reclamare i propri diritti nel quadro di un'ipotesi di spartizione. C'e' il braccio di ferro sul 'diritto al ritorno' del profughi arabi costretti alla diaspora fin dalla guerra del 1948 (oltre 4 milioni con i discendenti), che la leadership sionista - decisa a pretendere dall'Anp il riconoscimento formale d'Israele come 'Stato ebraico' a tutela degli equilibri demografici attuali - ammetterebbe solo in territorio palestinese. C'e' infine la partita per una suddivisione piu' equa delle vitali risorse idriche del Giordano. La quadratura del cerchio, secondo la quasi totalita' di diplomatici e osservatori terzi, non potra' prescindere da rinunce serie: i palestinesi dovrebbero ripensare il diritto al ritorno e accettare Israele come 'Stato ebraico'; gli israeliani offrire almeno l'avvio d'una smobilitazione degli insediamenti e qualche spiraglio su Gerusalemme. Qui sta tutta la sfida di Obama, poiche' la volonta' negoziale rispolverata dalle parti (fra molti se e molti ma) non sembra in realta' preludere per ora a un circolo virtuoso di vere concessioni reciproche. Tanto piu' che Abu Mazen deve fare i conti con la propria debolezza, le numerose contestazioni interne e soprattutto con il convitato di pietra degli islamico-radicali di Hamas, che dal 2007 gli hanno strappato il potere nella Striscia di Gaza e si oppongono minacciosamente al riconoscimento di qualsivoglia compromesso negoziale col 'nemico sionista'. Mentre Netanyahu dipende da un partito (il Likud) e da una coalizione (a schiacciante maggioranza di destra) che di rinunce non vuole neppure sentire parlare; e in larga parte esprime interessi e pregiudiziali ideologiche comuni al movimento dei coloni.

OBAMA: LA GUERRA E' FINITA  - Il presidente Barack Obama ha annunciato ufficialmente ieri sera ''la fine della missione di combattimento in Iraq''. ''Gli Stati Uniti hanno pagato un prezzo enorme per mettere il futuro dell'Iraq nelle mani del suo popolo: adesso e' giunto il momento di voltare pagina'', ha detto l'inquilino della Casa Bianca in un discorso alla nazione dallo Studio Ovale. Obama ha sottolineato di ''avere mantenuto la promessa'' fatta durante la campagna elettorale: ''l'operazione Iraqi Freedom e' terminata e adesso il popolo iracheno ha assunto la responsabilita' per la sicurezza del Paese''. Il presidente americano ha quindi sollecitato i leader iracheni a ''formare rapidamente'' un governo. Obama ha definito ''una pietra miliare'' ed ''un momento storico'' la fine delle operazioni di combattimento delle forze Usa in Iraq. Quando era giunto alla Casa Bianca gli Stati Uniti avevano 140 mila soldati in Iraq. Adesso sono diventati meno di 50 mila. Con l'impegno a completare il rimpatrio di tutte le forze Usa entro la fine del 2011. ''Nel febbraio scorso avevo annunciato un piano per portare le nostre brigate di combattimento via dall'Iraq, raddoppiando nello stesso tempo i nostri sforzi per rafforzare le Forze di sicurezza irachene - ha detto Obama -. E' esattamente quello che abbiamo fatto: abbiamo rimosso quasi 100 mila soldati dall'Iraq, abbiamo chiuso o trasferito centinaia di basi agli iracheni, abbiamo trasferito milioni di pezzi di equipaggiamento fuori dall'Iraq''. ''In Iraq abbiamo assolto le nostre responsabilita'. Ma adesso e' giunto il momento di cambiare pagina - ha detto il presidente Usa -. Mettere fine a questa guerra non e' solo interesse dell'Iraq: e' anche interesse dell'America. Abbiamo mandato i nostri uomini e le nostre donne in divisa a fare enormi sacrifici in Iraq ed abbiamo speso vaste risorse in quel Paese in un momento economico difficile sul fronte domestico''. Parlando della guerra in Afghanistan, Obama ha confermato che il ritiro delle truppe americane comincera' dal luglio 2011, ma ha sottolineato che ''il ritmo del ritiro sara' determinato dalle condizioni sul terreno''. Obama ha sottolineato che la fine della guerra in Iraq consentira' agli Stati Uniti di investire altrove il denaro finora speso nel conflitto. ''Oggi il nostro compito più urgente e' rilanciare la nostra economia e ridare a milioni di americani che hanno perso il loro lavoro di nuovo un impiego - ha detto Obama nel suo discorso -. Per rafforzare la nostra classe media dobbiamo dare a tutti i nostri ragazzi l'educazione che meritano e a tutti i nostri lavoratori le capacita' necessarie per competere nella economia globale''. Quello sull'Iraq è stato solo il secondo discorso dallo Studio Ovale del presidente Obama. Il primo, il 15 giugno scorso, era stato dedicato alla marea nera. I critici hanno giudicato comunque 'prematuro' il discorso di Obama, che e' giunto in un momento in cui l'Iraq, a sei mesi dalle elezioni, non e' ancora riuscito a formare un nuovo governo e con il livello di violenza ancora alto. La Casa Bianca aveva gia' messo le mani avanti: Obama non avrebbe usato la frase 'missione compiuta', a suo tempo usata dal suo predecessore George W. Bush nel maggio 2003 e rivelatasi prematura. Obama ha sempre criticato la decisione di Bush di invadere l'Iraq. La Casa Bianca ha sottolineato che l'amministrazione Bush ha commesso ''enormi errori strategici e tattici'' nella conduzione del conflitto in Iraq. Nel suo discorso, Obama ha detto di aver telefonato ieri a Bush: ''Io e lui siamo stati in disaccordo sulla guerra in Iraq fin dall'inizio. Ma nessuno puo' dubitare del sostegno del presidente Bush per le nostre truppe o del suo impegno per la nostra sicurezza''. I repubblicani hanno sottolineato che Obama e' sempre stato ''nettamente contrario alla strategia dell'aumento di truppe attuata dalla amministrazione Bush'' e ''adesso cerca di prendersi il merito'' del successo conseguito da tale decisione. Il discorso di Obama mirava ad illustrare il mutamento della missione delle truppe americane in Iraq che saranno impegnate d'ora in poi nell'addestramento delle truppe e delle forze di polizia irachene, nella protezione dei civili americani in Iraq e in operazioni di anti-terrorismo affidate alle Forze speciali. Come anticipato, Obama nel suo discorso non ha proclamato vittoria: ''Viviamo in un'era senza cerimonie di resa - ha affermato -. Dobbiamo guadagnare la vittoria attraverso il successo dei nostri partners e la forza della nostra Nazione''.

 

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